
Mr.Rubik, crazy streaming integrale
Diffidate di chi promette sovversione. Il più delle volte presupposti magniloquenti si rivelano abbagli grattando appena la vernice della cartella stampa, intenti nobili si fanno oscurare da un’applicazione scolastica dei mezzi, l’iconoclastia si trasforma nel più trito dei ripristini senza mantenere fede a propositi e attese. “Are you crazy or crazy crazy?”, l’opera prima di The Crazy Crazy World of Mr.Rubik -tribù bolognese che dalle stanze del Locomotiv prende vigore- col procedere degli ascolti lascia aperti i suoi dubbi, nonostante colori, parole, opere e appunto omissioni, tra Zappa e un numero del Male.
Un disco, quello del trio (chitarra/batteria/tastiere) inciso per Locomotiv Records, che comincia incendiario e finisce pompiere lasciando irrisolta la bontà dell’idea pluridisciplinare? Un concept sviluppato solo in parte, tralasciando tentativi musicali complici delle parole, queste sì a fuoco nonostate l’eccessiva eterogeneità dei temi sonori? All’ascoltatore il giudizio privato, scaturibile dallo streaming integrale dell’album (courtesy Promorama); al cronista la mansione di spiegare il movente di “ginnastica per la mente” in funzione avversa a ciò che ha succeduto il Sessantotto e in opposizione radicale alle correnti di pensiero che apparentemente vanno per la maggiore in una superficie che non è l’acquiescente pancia conservatrice -quando non reazionaria- del paese.
The Record’s, primavera in anticipo
Qualche settimana fa sono volato in Puglia per musicare prodromi e fade-out di un evento, e una volta nel luogo mi accorsi con un qualche disappunto di non avere con me “De fauna et flora”, nuovo disco dei bresciani The Record’s per i tipi di Foolica Records, in uscita solo il 5 marzo prossimo. Ne avrei di sicuro proposto una traccia in apertura, da tanto mi stava dando quel supporto, fisso nel lettore da una quindicina di giorni. Così al mio rientro dopo il weekend, una delle prime cose che ho fatto è stato riaccendere il player dove stava quiescendo, e ritrovarlo fragrante come l’avevo lasciato, pronto a costituire la colonna sonora di un lungo periodo di sole.
E dire che il precedente “Money’s on fire” del 2008, seppur curato da un drago della produzione, mi scivolò abbastanza in quanto perso nella pletora di uscite brit-club. Da tempo però bastava sintonizzare l’orecchio sulle voci che provenivano di là del Garda per captare che qualcosa di grosso stava effettivamente nascendo, decisioni epocali (ma ve lo vedete in piena estate Brian Wilson che prende su Beach Boys e burattini e trasloca a Londra?) e scelte sicure sugli uomini, Matteo Cantaluppi al mixer, Jon Astley alla masterizzazione britannica, dita che hanno determinato l’equalizzazione nelle opere degli Who, dei Rolling Stones, di Peter Gabriel. Un disco naturale, che aggiunge carne al fuoco e si mostra leggero in ogni suo aspetto, equilibrato, ridanciano e subdolamente pop, pop, pop…
Humpty Dumpty, due fustini di flirt
Con Alessandro Calzavara scrivevamo per una eccellente rivista musicale chiamata indiepop.it. Le nostre posizioni non erano sempre concilianti, anzi, ma ci si riconosceva un’onestà intellettuale e si sceglieva il fioretto per le stoccate. Il suo alter ego discografico Humpty Dumpty invece l’ho praticato meno, per diversità di punzonatura e contingenze del caso, pur apprezzando singoli flaconi come Colite spastica: ora il ritorno in forma duplice, italiana e anglofona, liberamente scaricabili dalla colonna di destra del blog oltre che edite in cd per la misteriosa World Canary Cancerous Food e in circolo su NoneRecords.
Come da tempo gli succede, Humpty sceglie la via delle collaborazioni: i testi di “Pianobar della fossa” sono del giovane poeta salentino e “pierociampiano” Stefano Zuccalà, quelli di “A mile from any neighbor” (un indie pop sofistico e appena vivace, stilisticamente sfizioso di Ottanta minori) appartengono allo scrittore torinese Renato Q, già autore del precedente “Q.B.”, con l’apporto di uno stuolo di cooperanti. E la scelta linguistica connota in maniera sensibile i due lavori, facendo pendere la bilancia delle preferenze dalla parte del primo, non fosse altro che per l’intensità e il valore del concept che ne fanno l’album migliore nella carriera di HD nonostante la vocalità non sempre sostenibile del suo interprete, il quale dice: “Siamo. Patetici. Imbecilli con o senza arte. Ma abbiamo sempre una parte. (…) Dobbiamo pur intrattenerci. Basta poco, davvero poco a secondare il flusso. Un gioco, un amore, un bicchiere che scintilla e sorrisi che svaniscono”…


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