Sporco Impossibile, Roma, 25.2.2009
Febbraio 28, 2009
Italian Embassy è lieta e orgogliosa di presentare in un colpo solo il live report di Sporco Impossibile, prestigiosa serata romana organizzata con puntiglio e tornata con il secondo appuntamento del 2009, e l’estensore di esso, il pirotecnico Nino Dangerous. Chissà quale ubiquo e vivace nome della musica italiana si cela dietro questo evidente nickname… e qualcosa mi dice che non sarà l’ultima sua apparizione qua dentro -anche in altre vesti- tutt’altro!
E’ serena e rilassata l’atmosfera al Circolo (degli Artisti, nde) quando arrivo, verso l’ora di cena. Nessuno mi chiede chi sei cosa vuoi, prendo un piatto di orecchiette, mi verso un bicchiere di vino e comincio a parlare col fonico.
Sporco Impossibile è un’associazione che attraverso un minestrone molto today di comunicazione sul web, azioni di “guerrilla marketing” e organizzazione di eventi live si occupa di spingere artisti emergenti. Da tempo sappiamo che nella giungla2.0 è più difficile e non più facile ottenere la tanto desiderata “visibilità” e che un ufficio stampa tradizionale non serve più a molto dato che i ggiovani pensano che i giornali di carta siano le coperte degli homeless: ben venga una generazione di addetti ai lavori che parla la lingua del web.
Ma proprio perchè la visibilità non è più (da elvis in poi, praticamente) quasi in alcun modo legata all’effettivo valore musicale parliamo di musica, che è meglio.
Si comincia col chiaccheratissimo Samuel Katarro, che dal nome mi aspettavo essere un rocker capellone e invece è un giovane educato con l’aria tranquilla di chi non ha niente da dimostrare: vuoi vedere che ha intenzione di fare “solo” un po’ di musica? sale sul palco che il circolo è ancora mezzo vuoto, solo lui una chitarra acustica e un secondo chitarrista all’elettrica, e subito riesce a polarizzare l’attenzione di tutti. Fa, senza giri di parole, blues: il blues di chi ha tutt’altri dischi nel cuore, mi pare, e per questo riesce a evitare la doppia trappola della storia e del NU (NUmetal, Nurave.. ho da tempo il sospetto che il prefisso significhi in realtà “nettezza urbana”). Non cerca in nessun modo di presentarsi come l’erede della tradizione della musica del diavolo, ma neanche ci deve mettere a tutti i costi i glitch per far 2K. Subito mi colpisce la voce, anzi le voci: il ragazzo oscilla tra un tono baritonale un po’ iancurtis (sorprendentemente credibile anche se emesso da sì minuta creatura) e un registro acuto che mi ricorda tanto il buon vecchio Syd. Ed è infatti un blues filtrato attraverso post-punk e barrettismo quello che sento, e che sta anche cominciando ad annoiarmi(o meglio: sono preso dall’esecuzione ma comincio a pensare che no: non cercherò di farmi regalare il disco)quando il chitarrista elettrico diventa violinista, e cominciano le buone notizie: con due soli strumenti la complessità e la qualità degli arrangiamenti, il gusto e la visione musicale che dimostrano mi conquistano. Forse il blues è solo un gioco, il gioco del duemilanove, forse quando il Katarro mi confida che il prossimo disco sarà elettronico non scherza, Forse insomma stiamo solo cominciando a prendere confidenza con una realtà che resterà. O forse no: c’è molta più musica ma molte meno parole che in vascobrondi, e i dubbi sul futuro son gli stessi, comunque alla fine il cidì non l’ho preso, ma il ricordo dell’esibizione è chiaro e forte. Bravo Katarro e bravo il violinista Vassili Kroprotkin, anche se ho il sospetto che non siano i loro veri nomi.
Poi tocca ai Sea Dweller salir sul palco, e qui c’è poco da dire: fanno il loro e lo fanno bene, ma è la seconda volta che li sento e anche se non m’annoio durante, dopo resta poco. E’ interessante il lavoro delle chitarre, che passano attraverso un numero tale di pedali da risultare indistinguibili l’una dall’altra e formare così un gran bel muro di suono, ma stanno ancora cercando, o così almeno spero per loro. Un indizio potrebbe essere la comparsa del computer: di un revival dello shoegaze si sente lo stesso bisogno che di un altro gruppo perso nei suoi droni (cioè zero) ma se qualcosa di interessante da loro verrà, passerà dall’abbandono della formula due chitarre basso e batteria. Ah, il chitarrista che tira fuori gli appunti per ricordarsi come settare i pedali tra un pezzo e l’altro è la cosa meno rock che io abbia mai visto: blocnotesgazers.
Ma siamo all’evento della serata: la prima assoluta esibizione dal vivo dei Fitness Forever! Loro sono una vasta compagine (stasera sono otto, ma potrebbero, dicono, essere anche di più) di musicisti napoletani uniti (nel nome di Bacharach e di quel pop che non aveva paura di allontanarsi dai tre accordi tre) attorno alla figura di Gaetano/carlosvalderrama, che di Sea Dweller era il batterista prima di essere assorbito da questa nuova avventura. Lui, blazer blu e berretto da comandante della nave, scrive arrangia suona la chitarra e canta, quasi sempre all’unisono con Paster, la via FF all’iconapop. E’ una prima, e si sente: nelle voci, che hanno bisogno di venti date in un mese per prendere più confidenza col microfono, e nell’impasto dei suoni, a tratti un po’ caotico. Ci dovranno lavorare, ma è poca cosa rispetto alla carica gioiosa e surreale che riescono a scatenare: sono degli alieni che fanno musica degli anni sessanta vista attraverso la lente del b-cinema dei settanta, i testi quando stai per bollarli come stupidini ti accorgi che nel contesto ci stanno eccome, il tiro c’è e nonostante le basi (il disco è pieno zeppo di archi veri e portarseli dietro in tempi di crisi non è cosa) basso e batteria suonano liberi. e… si balla!
Anche ignorando il 30% di ultras-fitness che vengono da Napoli il pubblico è conquistato e brano dopo brano la sala scivola nella festa: lontane mille miglia la spocchia e la seriosità che infestano gran parte dell’indie-Italia.
Sono però assolutamente legati all’immaginario di cui si vestono: quando parte un brano un po’ più discosettanta mi pare fuori contesto, e la stessa cosa accade con un pezzo beat’60. Si vocifera di una prossima svolta italodisco(!), ma finchè Fitness=Bacharach dovranno cercare di mantenere a tutti costi la coerenza.
Promossi a pieni voti, comunque, dal vivo come sul fantastico vinile bianco( “ma non suona peggio, il vinile colorato?” – “sì, l’abbiamo fatto apposta!”) che è già in heavy rotation a casa mia.
Un’ultima cosa: in camerino Katarro s’illumina quando sente chiamare Gaetano “Valderrama“: lui ha una cicatrice sotto il mento, un calcio preso da bambino cercando di emulare Higuita. E il cerchio si chiude.
Chiedi chi era Chiarastella
Febbraio 26, 2009
Coloro che seguono X-Factor avranno notato, nella puntata di lunedì scorso, l’ingresso in gara di Chiarastella (all’anagrafe Calconi), romana classe 1980, la cui ugola ha interpretato come meglio non poteva un classico quale Wuthering heights di Kate Bush. Bene, la vocalist non può certo dirsi un personaggio cavato dal niente senza un background: nel 2006 incise un ep omonimo per UDU Records, su Blow Up la descrissi come “voce cristallina à la Bjork e presenza leggiadra, una ‘piccola donna microcosmo’ che quando metterà a punto l’apparato testuale potrà significare una chiave interessante nel pop d’autore” e si fece notare anche all’interno del concorso Voci Per La Libertà, organizzato da Amnesty International a Villadose (Rovigo), che le consegnò il premio della critica. Insomma, “una di noi”.
Chiarastella – “Microcosmo“
Sua Clancytà, Jonathan d’Indielterra
Febbraio 26, 2009
Le musicassette, alzi la mano chi le ricorda con amore, al pensiero di quando il nastro s’imbizzarriva e bisognava riavvolgerlo con una penna. Dicono sia cosa molto indie la nostalgia per dato supporto (e Alessandro Crestani di Best Kept Secret, tanto per citare un nome italiano, ci ha costruito sopra una mirabile attività), proprio in era del ritorno in forze al vinile. Così come parecchio indie è la tiratura limitata, le copertine ritagliate a mano, la promozione tramite passaparola e in definitiva tutte le persone o i personaggi implicati a vario titolo nella storia che vado a raccontare.
Secret Furry Hole (tipico nome da giochetto di wikipedia…) è una microlabel gestita da Jukka Reverberi, chitarrista dei Giardini di Mirò, e da Tommaso Belletti, redattore di Vitaminic, con il proposito di stampare cdr, cassette, forse del vinile in avanti, e rendere disponibili tracce mp3. Read more
NEWS FOR LULU
Febbraio 26, 2009
Like an encyclopedia of modern indie rock, News For Lulu from Pavia (near Milan) listen to both Mogwai postrock and US folkpop, driven to develop a personal taste in composition into their debut album “Ten little white monsters”. They proved themselves to be a great live band, ready for European and American stages! These six guys just finished the recording of several new songs, in which Wilco and Grant Lee Buffalo play and laugh, scratch their skins and drink whisky: our hope is that some cool and important label would produce NFL.
MP3: “A gun is not the solution”
WEBSITE – MYSPACE
CD Ten little white monsters (Zahr 2006)
DISTRIBUTION Audioglobe
BOOKING D’indie
FUMISTERIE
Febbraio 26, 2009
If Virginiana Miller are elder Smiths sons, Rome-based Fumisterie are the younger ones: their music stands at the cross between intellectual pop and easy songwriting, bringing the best of retro-60s spirit into real time. They first ruled Polyester Collective, then signed for new Frail label, but their latest record is three years old… The linked track, Warning, the linked track mixes Morrisey and someway Umberto Balsamo, an italian singer of last decades: everybody knows that they can “also” make it better…
MP3: “Warning”
WEBSITE – MYSPACE
CD Kreuze und Krokodile (Frail 2006)
DISTRIBUTION Jestrai
BOOKING valentina@frail.it
Yuppie Flu + Slumberwood, Padova, 22.2.09
Febbraio 25, 2009
Per la prima volta Italian Embassy ospita una firma aliena dall’ormai abituale admin: si tratta di Mattia Boscolo, batterista dei Blake/e/e/e che ha visionato il live padovano della band di Ancona, e ne racconta con proprietà e personalità. Grazie…
La programmazione dell’Unwound è vaga come le stelle dell’Orsa, così eterogenea da esser costretti a spulciare di tanto in tanto il calendario, alla ricerca sistematica del possibile evento. Ed è così che le improbabili domeniche di febbraio, con tanto di leggera nebbia nel mezzo del cammin, possono offrire i sognanti e beatlesiani Yuppie Flu, freschi della release digitale del loro nuovo “Sensitive” EP, e alle prese con la seconda parte del tour di “Fragile forest”.
Ci si abbraccia di nuovo nel parcheggio dell’Unwound, dopo il delirante backstage sotto le stelle di Ferrara, a dirsi quante cose sono cambiate in quest’anno ma noi siamo sempre qui. Sono cambiate davvero tante cose, da quando è uscito “Fragile Forest”, nemmeno un anno fa: Simone Cavina ha preso posto ai tamburi, Paolo ‘Dodo’ Agostinelli ha lasciato i ruoli di tastierista e sexydancer, Kyle Statham e i suoi RayBan sono passati da sopra il palco a dietro il mixer, Francesco ‘Gabbo’ Chielli ha cominciato a dilettarsi on stage con synth e chitarra elettrica, declinando il basso a Matteo Portelli, già con Micecars. Matteo Agostinelli, voce, chitarra elettrica, camicia a quadri, sorriso pacato, è un po’ come una costante della scienza esatta. Un valore assoluto.
Aprono la serata gli Slumberwood, padroni di casa con un passato recentissimo come Feral Children e con alle spalle A Silent Place, che mischiano psichedelia e visuals catturando l’attenzione di chi intanto sta arrivando alla spicciolata, nonostante l’ora sempre più tarda, vista la domenica sera, visto l’imminente lunedì per molti lavorativo barra universitario.
Il tempo di una sigaretta veloce e poco dopo le undici e mezza i nostri salgono sul palco, uno in meno rispetto alla formazione storica, uno in più rispetto alle apparizioni estive e biancovestite del 2008. Già dal primo brano, i sempre-meno-anconetani fanno risuonare al massimo gli strumenti, con una base ritmica vigorosa e pressante, così Fragile forest risulta tiratissima, come la nuova di zecca She’s lost it at all. Il pubblico, non tantissimo alla fine, ondeggia seguendo le movenze lievemente sgraziate di Matteo Agostinelli che coccola e bastona la sua Jazzmaster a seconda del mood, e lascia volentieri il microfono a Gabbo, che dialoga e scherza con i presenti e saluta chi si avvicina timido e silenzioso all’uscita.
Ci facciamo male in nome della musica e per il vostro intrattenimento urla, mentre Matteo Portelli al termine di Glueing all the fragments mostra la mano sinistra tagliata e completamente zuppa di sangue e scappa a medicarsi nel backstage. Quante cazzate si dicono pur di guadagnare cinque minuti è la conclusione mentre fazzoletti e nastro adesivo permettono al bassista di continuare lo spettacolo, che scivola via sempre più carico attraverso i pezzi di “Fragile forest” e alcune tracce di “Toast masters” e “Days before the day”. Arriva anche Sensitive kingdom, applaudita già come un cavallo di battaglia e a tutti gli effetti nuovo singolo della band marchiata Homesleep.
Il resto sono versioni sudate e dense di Eyes of dazzlin’ bright, con il solito riconoscibilissimo impianto elettronico sepolto dai colpi di cassa-rullante e dall’incedere del basso, di Drained by diamonds, manifesto della maniacalità che da sempre contraddistingue la ricerca sonora della ditta Agostinelli & Co., per concludere con Our Nature, forse la canzone che più resterà della band marchigiana.
Salutano, ringraziano, grondano, sanguinano, mentre tiro fuori dalla giacca una sigaretta e il cellulare, che segna impietoso le una e un quarto antimeridiane. Mi ridesto dal pensiero malvagio di un letto distante una cinquantina di chilometri da dove mi trovo ora quando gli Yuppies tornano sul palco per un ultimo bis.
So che non va più di moda comprare i dischi prende la parola Gabbo mentre gli altri accordano gli strumenti però lì c’è il banchetto e sarebbe figo fare una cosa molto anni novanta e controcorrente come comprare un disco, e qui fatalità ci sono solo i nostri.
Detto e fatto, gli applausi per il bis non sono ancora scemati del tutto e più di qualcuno è già di fronte al banchetto. Corro al mixer e abbraccio Kyle e al solito ci diciamo qualcosa un po’ in italiano un po’ in americano un po’ a gesti, e al solito ci capiamo poco, ma ci diamo appuntamento alla prossima volta, che ignoriamo quando sarà ma del fatto che ci sarà ne siamo certi.
Perché questi Yuppie Flu hanno davvero fatto quadrare il cerchio, dopo i cambi di formazione e le disavventure di quest’ultimo anno. Perché sanno essere molte cose, ma soprattutto sanno essere convincenti. A differenza di troppa altra indie-plastica spacciata per nuova sensazione. Accendo la sigaretta che tengo in mano da almeno dieci minuti e mi avvio alla macchina canticchiando Food for the ants. Effetti del convincimento.
Gli indies per “Anima latina” di Stefanel
Febbraio 24, 2009
L’ottimo Renzo Stefanel dà alle stampe la sua seconda fatica avente ad oggetto Lucio Battisti: dopo l’esegesi dei testi del periodo-Mogol, ora la sua analisi si sofferma su “Anima latina”, da più parti considerato disco imprescindibile e di svolta nella carriera del grande autore laziale. “Anima latina” esce per la collana Tracks dell’editrice Noreply di Milano, nella quale ogni volume è dedicato allo svisceramento di un disco fondamentale della musica italiana e straniera e al suo inserimento nel contesto socio-politico-culturale dell’epoca in cui è uscito. Il libro conterrà interviste a tutti coloro che hanno partecipato al disco in qualche modo o hanno ruotato intorno a Battisti in quel periodo.
La postfazione è affidata ad alcuni musicisti indipendenti italiani, tra i fan più accaniti dell’opera: Claudio Cavallaro, leader dei Granturismo, Fabio Dondelli voce e chitarra degli Annie Hall, “Dariella” Moroldo degli Amari, e Giuseppe “Dente” Peveri.
Casetta Lou Fai diventa compilation
Febbraio 24, 2009
In un luogo imprecisato di Verona sorge, utilizzata soprattutto d’estate, una graziosa dimora per concerti “privati” dal nome Casetta Lou Fai: in attesa della riapertura estiva, la direttrice artistica Anita R. (fra l’altro disc jockey a Interzona questo sabato 28 febbraio) sta confezionando una compilation che raccoglie le pop band esibitesi nel corso del 2008, da diffondere in libero download più qualche copia stampata per gli affezionati. Alcuni brani sono in mastering, altri addirittura vengono realizzati per l’occasione: troveranno posto, in rigoroso ordine di apparizione live, Camerastilo, Canadians, Gonzo 48K, FakeP, Ancher, Elicotrema, Klein Blue, The Clever Square, The Calorifer Is Very Hot!, alcuni dei quali con pezzi inediti. State collegati alla pagina facebook (o a… Italian Embassy) per aggiornamenti…
Ah, il 7 e 8 marzo ci sarebbero da fare dei lavori di manutenzione alla Casetta, per partecipare in allegria contattate Anita tramite i link sopra riportati…
Flap + Princesa, Chioggialab, 21.2.09
Febbraio 24, 2009
Non c’è ruota sgonfia della bici che tenga se a un tiro di schioppo dal minuscolo ponte di legno che divide le due terreferme suonano dei calibri, superba combinazione di grande live band e artista intimo che tante volte hai ascoltato. Mentre il paese reale/rettale/letale/letame premiava Marco Carta e quegli altri due innominabili, la splendida gente di Montagnana confluiva al Lab per sostenere i propri Flap: arrivo e Giorgio Tempesta, Princesa, ha appena terminato l’esecuzione del primo pezzo nella sua scaletta. Davanti a lui, troppe volte uccel di Francia e sempre sfuggito, una ordinata ventina di persone con bambino, altri fuori per espletare la regola del fumo esterno come dalle nuove, discutibili disposizioni dello spazio.

Princesa sfiora la chitarra, non ha bisogno di avvicinarsi troppo al microfono per far sentire il respiro ad ogni strofa, interpreta il ruolo dello chansonnier in maniera personale e senza troppi punti di riferimento: me n’ero accorto dentro i solchi di “J.P.”, il suo disco per Madcap Collective, ma nella dimensione fisica è facilmente percepita l’inquietudine, se non l’urgenza. Brani quali Gets me high, And if you girl e Awful awake risaltano, la sorpresa è Sleep the clock around, cover dei Belle And Sebastian che mi coglie commosso e speranzoso di nuove incisioni a sua firma: si prenda tutto il tempo che vuole, ma se il registro sarà pari all’attualità la prossima volta l’uditorio nazionale -e non solo!- dovrà fare i conti anche con lui…
Un rapido cambio palco e le vibrazioni che arrivano sono di tipo opposto: scariche elettriche in luogo dell’arpeggio nudo, impatto enfatico di chi si contorce sulle chitarre al posto della fragile sospensione. I Flap profondono cuore e grinta, si vede quanto credono in quello che fanno e forse non potrebbero suonare altro, se il disco (“Trees are talking while birds are singing”, per Matteite e In The Bottle) conquista lo zoccolo duro del postrock il live si apre a escursioni ossessive, libere, infinite: un pezzo come Igor pare davvero durare tutta la sera nello stordimento partecipe, di sicuro una delle migliori tracce che il postrock italiano ha lasciato sul campo negli anni. FIlippo e Christian Arzenton “maltrattano” i propri strumenti while Fulvio Veronese, di Explosions In The Sky vestito, non cessa di un attimo la foga batteristica, nemmeno quando il seggiolino fa crac e viene sostituito da una ordinaria poltroncina di fortuna: Crushed into the ceiling parte per la tangente rivelando inediti aromi est-europei all’interno di un corpo math, la possente ballata Férmo 2 chiama all’appello le emozioni anche se risente troppo dell’assenza di Bob Corn alla voce. Il folto pubblico è visibilmente soddisfatto, e come potrebbe non esserlo, davanti a musicisti che si stanno dando senza freni o ritenzioni, col testimone di maglie sudate alla fine di un act trascorso tra impennate e rilasci nella migliore tradizione di un genere che in circostanze live riesce ancora e sempre a fare la parte per cui è stato “pensato”. Andate quindi a sincerarvi coi cinque sensi di quanto sto dicendo, trovate il modo di far esibire questo trio non di primo pelo ma con energia da vendere, ogni volta come fosse la prima, munito di seguito affezionato e capace di ricambiare: garantite loro del vino, un sobrio ma congruo cachet e capovolgeranno il mondo sotto i vostri piedi. Sono stato troppo “Sindrome di Bangs“?
“Weeds”, erbacce piemontesi
Febbraio 24, 2009
I dischi di cover mettono in una strana condizione, momentaneo rigetto perché proveniamo da una cultura, giusta peraltro, del repertorio proprio quale antitesi ai calendari delle birrerie, e poi -quando soccorre l’affezione all’interprete o la sua abilità tout court- subentra un processo di avvicinamento ora diffidente ora aperto. Artisti quali Cat Power, Adem e M.Ward, per non dire del progetto Nouvelle Vague e delle novità a firma Yo La Tengo, hanno dato il meglio di sé anche nella revisione di storie altrui, proprio perché reducta ad unum, identificabile, coerente.
La notizia di un disco di cover da parte degli Airportman con Tommaso Cerasuolo (Perturbazione) alla voce mi aveva, pochi giorni fa, stranamente ben disposto dall’inizio: alla stima sconfinata per l’autore torinese -una delle voci più riconoscibili e peculiari del nostro pop- e per la sua band si aggiunge da tempo quella per il trio cuneese, artefice di pregiati lavori strumentali a cui accompagnare testi scritti solo nel booklet, in modo da favorire la comprensione individuale più svariata oltre che l’immedesimazione cinematografica. Read more














