Handmade Festival, Guastalla, 1.5.09
Maggio 6, 2009
Non avendo ancora il dono dell’ubiquità (cfr. Polaroid) mentre ero a Santarcangelo, per coprire l’altro gran bel festival del Primo Maggio, l’Handmade in quel di Guastalla, mi sono affidato a un protagonista diretto: Mattia Boscolo batterista dei Blake/e/e/e. Ecco le sue parole.
Tutto comincia giovedì mattina, squilla il telefono ed è l’ambasciatore. Ciao mi faresti un articolo sull’Handmade?Sono in Bolognina, corro verso un negozio di strumenti che chiuderà entro cinque minuti, pioviggina e sono a corto di bacchette che le mie stanno ancora viaggiando per l’Europa, così gli rispondo sì ma è un sì tutt’altro che convinto. Sfondo la porta del negozio mentre il commesso la sta chiudendo a chiave. È fatta. Esco dal negozio con le mie agognate bacchette ed evito di andare ad importunare il Sommacal che abita a cento metri (e che tanto è a Napoli coi Massimo Volume), viene fuori il sole e ripenso al mio sì e so che sarà un articolo difficile. Ma ci si prova.
L’Handmade #3 è organizzato al The Cleb di Guastalla, Reggio Emilia, che è uno splendido casolare sperso nella campagna reggiana, dove per questa terza edizione del festival gli organizzatori Seebha, A Classic Education e Maple Syrup Gigs propongono una serie di artisti della aleatoria scena indie italiana, alcuni emergenti e alcuni già sufficientemente affermati, quasi tutti di Bologna e dintorni in realtà. Tra un gruppo e l’altro, citando l’ambasciatore, una pletora di diggei. È una festa che comincia alle due del pomeriggio, un ritrovo. Arriviamo in modalità Blake/e/e/e quando le danze sono già cominciate da un’oretta, e on stage, che in realtà è a terra all’altezza del pubblico, stanno suonando i Super Going, progetto parallelo di Jacopo dei Disco Drive e Marco dei Drink To Me. Il mio desiderio di vedere almeno qualche brano si arena sulle porte del The Cleb, intercettato dal solito turbinio di saluti che un’occasione come l’Handmade porta in dote. Trovo immediatamente Kyle, il fonico di Yuppie Flu, che l’ultima volta che ci eravamo visti era stata testimoniata proprio dall’ambasciata. Si sta crogiolando al sole di una giornata finalmente primaverile, dopo il mashup di sole e pioggia della settimana precedente, e giochicchia con i pargoli Agostinelli. Mischiamo un po’ di italiano e un po’ di inglese e lo annaffiamo con un mojito aspettando i Buzz Aldrin, nome che evoca il secondo arrivato per eccellenza, e trio che martella incessante canzone dopo canzone e fa battere i piedi al folto pubblico che si è assiepato a pochi centimetri dal palco.
È davvero un’emozione guardare la gente negli occhi mentre suoni mi dice il chitarrista quando sorteggiamo per primo chi usufruirà del bagno chimico, e vinco io. Nel frattempo si preparano gli Arnoux, Maolo dei My Awesome Mixtape mi intercetta e mi dice veeez vado in prima fila a vedermeli, vieni? ma ho già un altro mojito che mi aspetta e un bel prato verde su cui stendermi. La musica si sente lo stesso anche da fuori, fuori che sembra un gigantesco picnic collettivo fatto di palloni da calcio, famigliole con prole al seguito e rayban dalla montatura rossa. Ogni tanto sbucano anche i vecchietti delle case vicine, che per il terzo anno vedono la loro campagna invasa da magliette colorate e converse, e più di qualcuno si allontana con delle spillette attaccate sulle camicie, salutati e fotografati come nelle migliori occasioni.
Decidiamo di mangiare presto, in contemporanea al Calorifer Is Very Hot, la creatura del quasi vicino di casa Nicola Donà che tante volte ho visto suonare, e il panino con la salsiccia è appena atterrato nello stomaco quando il gran cerimoniere Jonathan Clancy ci fa Paul (Pieretto, basso degli A Classic Education) è ancora incastrato in tangenziale a Bologna suonate prima voi di noi? Non facciamo una piega, e allentati dalla digestione cominciamo ad attaccar cavi e accordare strumenti a bordo palco mentre si esibiscono i Seebha, in un miniset che divide in due la giornata di concerti. La gente è tanta, e loro, reggiani, sono i più casalinghi di tutti i gruppi che suonano. Una ventina di minuti, e tocca ai Blake/e/e/e. Che potrei dire, tocca a noi.
Noi che ci presentiamo con una novità on stage, ovvero Marcello Petruzzi, già con Caboto e Franklin Delano e ora splendida mente anima e corpo di 33ore, a sostituire il maestro Egle Sommacal e Bruno Germano, che con Gianluca Turrini sta dietro al mixer in questa giornata delirante . Adesso viene la parte più difficile di un articolo già difficile di suo, ovvero provare ad essere obbiettivi sui Blake/e/e/e. E allora obbiettivamente dico che abbiamo spaccato, e basta. O posso provare a non essere obbiettivo per niente, e dico che davvero abbiamo spaccato, e basta. Mi aspettavo qualche erroraccio da prenderti per il culo per i prossimi due mesi, tipo che scazzavi Time Machine mi dice Bruno mentre ci abbracciamo al centro del palco, io madido di sudore, lui pacato come sempre, e la gente che ancora applaude. L’ora è tarda, le allegre famigliole e i vecchietti hanno lasciato posto ai primi mostri che una giornata così normalmente genera, e dopo un cambio palco veloce tocca ad A Classic Education. Giusto il tempo di impacchettare un po’ di strumenti, fumare la quarantasettesima sigaretta della giornata e buttare giù l’adrenalina residua con l’ennesimo cocktail, e riesco a godermi gran parte del concerto di Jonathan & Co., in sei sul palco, mestiere da vendere e una Stay, Son cantata da tutto il The Cleb. Finiscono il set con Paul Pieretto a suonare in mezzo alla gente, al centro del delirio, ed è la volta di uno dei momenti più attesi del festival, il ritorno dei My Awesome Mixtape. Si è ben oltre la mezzanotte, e il line-check particolarmente lungo e il caldo asfissiante della sala mi portano ad aggregarmi nella zona banchetti con l’Uomo dell’Anno e con Matteo Agostinelli, che si accende una camel e sbadiglia sogghignando i vecchi come noi dovrebbero farli suonare al pomeriggio, e poi i ragazzi la notte, io a quest’ora son già a letto da un pezzo. Poi mi guarda ah già tu sei un ragazzino c’hai ancora il fisico per queste cose.
Cadono quattro gocce di pioggia, ma sono quattro di numero e non le sente nessuno.
Attaccano i My Awesome Mixtape e corro dentro ed è un muro di persone. I nostri sono tesissimi per questo ritorno, ma quando partono le basi non si fermano più: formazione rinnovata, mix di canzoni nuove (il prossimo attesissimo disco uscirà per 42records sul far dell’autunno) e collaudate hits, sia da My Lonely And Sad Waterloo sia da Songs Of Sadness, Songs Of Happiness. Finiscono il loro set e tutti continuano a battere il piede e a ciondolare la testa. I mostri intanto si moltiplicano.
Ultimo atto della serata, Yuppie Flu. Un po’ di popolo se ne è tornato a casa, visto che sono le una della notte passate. I presenti restano stoici, io mi piazzo con l’Uomo dell’Anno sul palco dei djs, a guardarmi il concerto dall’alto. E al solito lo show degli anconetanibolognesi è una scarica elettrica, che dura per quasi un’ora, ed è un’ora di pura qualità, e di sudore.
Poi si spegne tutto, il bar ha quasi finito gli alcolici, spettri si aggirano attorno al The Cleb e si mostrano svenuti sulle poltroncine.
Si caricano gli strumenti in macchina, si resta a parlare un altro po’ come se fossimo rimasti zitti per tutta la giornata e si ritorna alla volta di Bologna, ad orari quasi mattinieri. Spengo l’ultima sigaretta che sono le sei del mattino, a casa Riccardi, con il sole che si alza e gli uccellini che cantano. Stropiccio gli occhi per una scena che sembrerebbe bucolica, in realtà è solo ciò che resta di un festival eccellente. Stancante e adrenalinico quanto basta.
Sono state avanzate proposte di vario genere, agli organizzatori, come un Handmade al mese, o addirittura uno alla settimana. Gli occhi di Jonathan o quelli di Bruno, perso in mezzo a milioni di cavi, forse dimostrano che uno all’anno può bastare, che resta di sicuro uno degli eventi migliori offerti da questo primo maggio del non-lavoro. Senza dover andare per forza a Roma a santificare la solita minestra.
immagini prelevate dal flickr di matteb83









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