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33ore, lo strano blues dell’attesa

Maggio 22, 2009

Non è convenzionale, rispetto al classico cantautorato d’Italia, la poetica che Marcello Petruzzi (già nei Caboto e Franklin Delano) ha scelto per il suo esordio sulla lunga distanza a firma 33ore. Nè lo è il suono di “Quando vieni?” -uscito il 5 maggio scorso per Garrincha Dischi- così differente dalle stesse radici blues, dalle interpretazioni frenate, dalle voci tutte uguali: c’è la scuola romana, anche se non vi ha mai militato. E un sax che fa la sofferenza dell’attesa.

scatto di Francesco Corlaita

Negli undici capitoli si svolgono vicende borderline, cambi di scena, fotografie del passato e più di una bizzarra scappatoia laterale, come ritagliarsi un proprio mondo utilizzando quello che si ha a disposizione, in questo caso penna e talento, soluzioni musicali diverse dalle solite e un pizzico di understatement, congeniale a chi non vuol dare disturbo mentre non si accorge che la sua presenza nella musica italiana attuale è tutt’altro che estemporanea, casuale, contingente.

Sono pochi i momenti di stanca, in cui l’attenzione non chiede di essere al massimo, e questo significa che ogni ascolto è destinato ad essere superato dal successivo: l’iniziale Un nome gode di un arrangiamento al vapore figlio del blues ma non confondibile col padre, liriche quali “pago con l’amore il mio permesso di soggiorno in una vita regolare” cominciano a dare il senso di ciò che sarà il disco. Tra le preferite sicuramente sta L’ultima stella, corale e quasi melodica a rispetto della storia pesantissima che è narrata, come in un agrodolce film di Virzì, con lei “addormentata sulla sedia rotta con la tv accesa”, mentre la titletrack rinfranca nella voce e nella trasversalità il parallelo con Adriano Modica (scuola Trovarobato), uno spettro d’enfasi, rumori e singhiozzi “nella stessa valigia di vent’anni fa”. Inedite sfumature soul/Seal quando Marcello appoggia bene le parole alle note, interpretando Penisola con garbo e proprietà: sarebbe una canzone d’amore, ma nessuno ci pensa fin che la ascolta, trasportati altrove da questa, penisola… Per quando mi mancherai fa rientrare dalla finestra il blues storto e collettivo, mantra effettato con il sax che segna le linee di demarcazione oltre a contenere la frase topica; la stessa modalità iterata di conclusione si ritrova anche in Uno splendido pianeta, che vive di contrasti veloci, quando la parte semifinale dell’opera rivela inaspettate fragranze. Infatti le ondate di Gennaio provvedono a sciacquare ciò che resta dopo il passaggio di Diventi nuvola, titolo che era fra i papabili per l’intera raccolta, e che significa invece “solo” per questa traccia 7 ove il bel canto e gli arpeggi rimandano a Mario Venuti, con alle spalle il sapore dei decenni e un organetto che addolcisce: tante le canzoni che ci coabitano -ulteriore punto a favore di Petruzzi- dal meteo incerto e inquieto, quando la musica sopravanza il tempo la memoria corre ad Half Cousin, sottostimato avamposto delle Orcadi, mentre nelle lontananze dell’epilogo si riverbera un umore da fallout analog-nucleare a coprire tutto il panorama. Identiche alture per Cerco una ragione, ambientata un minuto dopo che Capossela cerca inutilmente di farsi pagare in un locale, proprio quando qualcuno perde l’ultima corriera (questa la capiscono solo in laguna sud), e le 33ore cominciano il brano come lo avrebbe iniziato Ligabue nel 1991, magari dopo aver fatto il fonico proprio a Vinicio… lungo la strada però diventa un gioiello di canzone rock d’autore tradizionale che parla di vetro e ha un refrain incoercibile zeppo di effluvi acidi, la notte com’è e non come vogliamo che sia. E’ la parola di nuovo la parola protagonista di Gioca, in termini non lasciati al caso: “Ti chiamo con parole scritte su un muro affollato di scelte, i chiodi piegati di un addio” roots che arriva dopo l’ennesimo capovolgimento di fronte dentro Polvere, sul versante del folk europeo e novecentesco a sfigurare in studiata lentezza, “non ho più parole” perché ne hai già avute tante, giuste, opportune.

“Quando vieni?” riporta ai tempi in cui progetti del genere erano cittadini a pieno titolo nel Roxy Bar e potevano essere ascoltati da centinaia di migliaia di spettatori in simultanea, in tempo reale. Ecco quello che manca: chi l’avrebbe mai detto che una decina d’anni più tardi ci saremmo trovati a rimpiangere per davvero Red Ronnie?

33ore – “Per quando mi mancherai

(courtesy Unhip promotion)

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