Penisola deserta / Simone Madrau
Giugno 29, 2009
Simone Madrau cura il blog eMpTV, in qualità di membro dell’associazione genovese Disorder Drama, scrive su Compost e gestisce la piattaforma podcast dell’associazione.
Ecco qua. Che parto sceglierne solo dieci. Prossimo viaggio, altro che dischi: iPod da 30 giga almeno. Scelte assolutamente di cuore e non di testa, le mie: sull’isola ci vado da solo e non voglio pentirmi di nulla. Anche per questo me la sono bossata e nel doppio fondo del mio bagaglio ho messo altri tre titoli (che, onde contravvenire troppo al regolamento, mi limito a citare): Father Murphy, “And He Told Us To Turn To The Sun”; Port-Royal, “Flares”; Populous, “Queue For Love”. Per ragioni di spazio dovrò quindi lasciare a casa le ciabatte, ma tanto avrei dimenticato di prenderle (come al solito).
EX-OTAGO – “Tanti saluti”
Il secondo Ex-Otago esce in un’estate di cambiamenti, la mia in quel 2007, e rappresenta tutte le persone incontrate in quel periodo e la serie di cose scaturite da quegli incontri. Tanto basterebbe a giustificarne la presenza in una playlist davvero mia. Dopodiché, a prescindere dal mio vissuto, sento comunque molto della mia città in questo disco: nei cori urlati di Pernazza avverto l’orgoglio e l’urgenza di dire: ’sveglia, siamo qui’, e nelle tastierine di Amato The Greengrocer non ritrovo solo il titolare della canzone ma anche un motorino che corre lungo la riviera, la mia riviera, sotto il sole, il mio sole. La Genova degli Otaghi è una città che si libera dei suoi mugugni e per una volta, lauperianamente, just wants to have fun. Così come vorrebbe fare il gruppo stesso, perennemente all’inseguimento di quella spensieratezza che anche quando lascia spazio alla malinconia (Sasha) è sempre un viversi le cose al 100%.
GIARDINI DI MIRO’ – “Rise and fall of academic drifting”
Scoperto in realtà tardi, ovvero dopo “Punk… not diet!”, l’esordio su album dei Giardini di Mirò è qui più che altro in rappresentanza di una carriera. Dice che i Giardini sono bravi ad andare dove tira il vento: post-rock, indietronica… A me pare piuttosto che giochino il ruolo di quelli che, volenti o nolenti, segnano il tempo reinterpretando meglio di tutti le tendenze della musica indipendente di oggi e imponendole a un pubblico più vasto in virtù di una personalità maggiore e una scrittura che sa dove colpire. Se Jukka fosse Agnelli e gli 00 fossero i 90, avremmo qualcosa da sbandierare in classifica. Invece i piedi rimangono ancorati a terra e, Girolami told us, Jukka continua a lavorare. Alla faccia delle droghe leggere e dei sold-out al Circolo.
HIPURFORDERAI – “La peggior mezz’ora della vostra vita”
Per raccontare Hipurforderai e i motivi del suo cagare in testa a qualsiasi ‘etica 2.0′ della scena indipendente italiana, basta dire questo: i Camillas sul palco del Mi Ami urlavano il suo nome a una folla che non capiva. Ma che esultava ugualmente.
K.C. MILIAN – “Season/Repeat”
Gulli e soci sono stati per certi versi uno starting point di molta Genova sbucata nella seconda metà di questo decennio, e dunque in questa mia scelta si considerino inclusi anche molti amici post-rockers oggi in attività. Ancor più dell’album su Holidays mi viene da preferire questo EP uscito ai tempi per la beneamata Marsiglia Records ed oggi esauritissimo. Non post-rock di scuola Explosions si tratta, casomai gli Slint o i Mogwai quando erano ancora un giovane team. Sono arrivato tardi per vederli dal vivo, eppure ugualmente mi mancano.
LO-FI SUCKS! – “Temporary burn-out”
Poi la smetto con Genova, promesso. Ma non posso non citare questa band e questo disco, acquistato durante uno showcase alla Fnac: il mio primo concerto di una band genovese fu come guardare gli alieni, un’Anomalia con la A maiuscola per la mia ignorantissima percezione della città a quei tempi. Qualche mese dopo li ritrovai al Goa Boa, in un caldissimo pomeriggio di luglio: quando finalmente si levò un soffio di vento la canzone era No place like home, il momento di quelli che vorresti non finissero mai, il ricordo tra i più vividi di quegli anni.
MOROSE – “On the back of each day”
Per quanto il disco uscito quest’anno potrebbe anche finire con l’essere migliore. Fatto sta che “On the back of each day” è già storicizzato e dunque vado sul sicuro. Mal cagati da tutti e da sempre, gli spezzini già da qualche anno scrivono alcune tra le mie colonne sonore preferite. Scarne, spoglie, desolanti; ma dominate da un gusto per suoni e arrangiamenti che se fossi un musicista passerei i giorni a invidiare.
OFFLAGA DISCO PAX – “Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione)”
Il primo mp3 è una Cinnamon dal vivo che mi lascia indifferente, poi l’acquisto del disco originale a scatola chiusa dopo tanto sentirne parlare. E il mattino dopo, in un contesto apocalittico come quello di un autobus che corre giù da Avegno alle 5 del mattino verso il mio posto di lavoro, ritrovarmi a soffocare le risate in mezzo a branchi di nerboruti operai addormentati: tutto per merito di quel ’suo figlio, signora, ha la faccia come il culo’ esploso a sorpresa nelle mie cuffie. Ognuno ha i suoi aneddoti su questo disco, e meglio farebbe a parlare di questi invece di lanciarsi in retorica dell’ultima ora. Tanto la Storia ha già decretato.
SATAN IS MY BROTHER – “Satan is my brother”
Quanto ci ha visto giusto Onga con questi? Ci vede giusto pressochè sempre, ma pubblicando questa banda di ambientalisti/freejazzisti che rivedono nella Milano-Torino le strade perdute di Lynch, è come se mi avesse dato una pacca sulla spalla. E una pacca sulla spalla di Onga si sente.
STOP THE WHEEL – “Morning”
Un acquisto messo a segno al mio primo Tago Fest su assist di Hipurforderai con approvazione dalla panchina di un certo Mazzola e padre Murphy sugli spalti a benedire. Credits più che dovuti, siccome di dischi voce e chitarra ne ho sentiti tantissimi ma nel genere per me questo è il top uscito in Italia nell’arco degli ultimi dieci anni, con buona pace dei vari Dente e Brondi. Perchè proprio questo, mi chiedo, e mi dico: sarà che non ha mezza caduta di tono, sarà che è un disco ‘pulito’, di canzoni ‘quadrate’, ‘pop’ al di là delle sue evidenti radici ‘indie’ e pur tuttavia nemmeno lontanamente ‘frocio’… Ma non c’è tag che mi convinca, per cui ripiegherò su un sanissimo ’sti cazzi’ e continuerò a spingere a destra e a manca questo gioiellino eternally underrated.
UOCHI TOKI – “Libro audio”
Come per i Giardini ma al contrario, essendo l’ultimo lavoro in ordine di tempo, chiamo “Libro audio” a sintetizzare una carriera di spoken-word mascherato da hip-hop (vogliamo dire ‘avant’?), che le rime vere e proprie sono poche come poche sono le attinenze con i cliché del genere. Come sopra: ’sti cazzi’, almeno finchè Napo compensa la forma con i contenuti egregiamente come sta facendo: tipico caso in cui si può essere d’accordo o meno, ma si rimane ugualmente colpiti. “Libro audio” come i precedenti e forse ancor di più essendo meglio prodotto, si riascolta a nastro: la scusa è che un simile diluvio di parole non può essere assimilato dopo un solo ascolto, la verità è che si prova gusto a riascoltarlo. Semplicemente. Uochi Toki raccontano storie come nel genere nessuno faceva da tempo. Il ragazzo a volte va giù pesante e questo ha irritato alcuni, tra cui certi esponenti di quella scena ‘indie’ che oggi in Italia significa tanto Harshcore quanto Amari e in cui dunque anche Uochi Toki potrebbero campeggiare. Per questo motivo, anche quando li vedo affiancati a nomi di pregio in qualche cartellone, mi sembrano fuori posto. Ma siccome non c’è due senza tRe, ’sti cazzi’. Che un duo simile trovi consensi di pubblico è un fatto interessante in ogni caso: agli anni ‘10 stabilire se sia questo un paradosso o il primo sintomo di una naturale evoluzione delle cose.







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Penisola deserta. Et voilà, ecco qui i miei dieci dischi italiani dal 2000 ad oggi. Se poi non sapete cosa sia Penisola Deserta, vi spiega tutto Enver qui. PS: good bye MyHoney. Related: italian embassy….