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Bottin, il lato oscuro della pista

Luglio 17, 2009

Forse non in tanti se ne sono accorti ma in Italia abbiamo un signor produttore dance, anche se i suoi brani personali e i remix che cura non trovano situazione comoda nel pensiero unico della meteora neo-dance che vede comunque lo Stivale ai vertici internazionali. Dopo le produzioni lounge per Irma e l’egotico album “I love me vol.1”, William Bottin mostra il lato oscuro della pista: “Horror disco” uscirà il 10 agosto per i tipi inglesi di Bear Funk.

Di cosa si tratta? Presto detto: come ha riferito in una interessante intervista a Vice UK (citando anche un set assieme a Dorfmeister cui credo di aver presenziato), il musicista veneziano recupera dal periodo d’oro 1978-1985 i suoni che permeavano buona parte delle trasmissioni televisive –basti pensare che in un recente mixtape ha rispolverato perfino Gilbert Montagnè!- utilizzandoli ai fini di un range che va dall’italodisco al funk, da Giorgio Moroder passando per riflessi balearici (Roger Bacon) e notti in bianco a comporre, registrare e mixare negli studios casalinghi vicini alla piazza più bella del mondo…

Secondo i canoni odierni massimamente imperanti, questi brani pure groovy sarebbero im-ballabili nella loro eleganza e accuratezza. Al massimo li si udirebbe nella scena dei “I fichissimi” in cui la compagnia di Calà e quella di Abatantuono decidono i turni per andare appunto in disco, girelli fluo sulla testa delle ragazze. “William Bottin has much more intelligence and culture of the producers’average” dice Pippi Langstrumpf, e non è l’unica fra gli addetti ai lavori della consolle a segnalare il livello di Bottin: sul suo blogspace sono riportati i pareri lusinghieri, tra gli altri, di Daniele Baldelli, Gucci Soundsystem in DFA, Groove Armada e Cosmo Vitelli, mentre la via Montenapoleone – Nu Shooz di No static compare nelle playlist di Erol Alkan e Christian Zingales lo esalta nel numero estivo di Blow Up… Niente male per questo precoce performer acid jazz transitato da Fabrica e approdato alla corte di Lucio Dalla, dalla forte vocazione estera (in previsione tour anglosassoni, oltre che in Brasile ed Australia) dove i suoi solchi sono destinati ad ottenere approvazione maggiore fra i tanti appassionati. “Horror disco” si compone di quattordici titoli non lasciati al caso fra Venetian pride (S-ciarando el scuro, acida, percussiva, addictive da inseguimento nei primissimi nightclub dove scompare la distinzione fra bene e male; Theme from St.Mark 30124, che al me diciottenne ricorda perfino Schtoom di Havanna) e riferimenti al periodo di pertinenza -manca Cosmic pizza, stroboscopico take retrofuturo presente nel primo sampler ridotto- con diverse ospitate nell’arco dei colleghi a lui vicini, come Piero “Ropie” Bittolo Bon al sax e al basso e Joy Frempong che si diletta al vocoder in Slash dance, un brano easy sotto la cui pelle dal texture spesso uguale vibrano reverberi e rumori, scorre il sangue e ci vuole orecchio per captare le svalvole, dark ma mai sguaiata.
L’opera si apre direttamente con la titletrack, ove la filologia cosmic ribolle di vulcanico lago dub, facendo propri suoni ripresi anche da Moby e Fatboy Slim, e procede con Disco for the devil, in forma canzone per il featuring di Douglas Meakin (già con Simonetti) alla voce, che rimanda la memoria al periodo in cui già Jermaine Jackson era sparito di scena e i cd si potevano noleggiare per tremila lire, fosse uscita all’epoca oggi sarebbe un classico… il funk bianco e moroderiano di Auricola Judae è tra gli esempi più calzanti di cosa Bottin intenda con le musiche della tv di quel tempo, per esempio la sigla della Domenica Sportiva, mentre Venezia Violenta si appende alla sigla di apertura di “Hazzard” (ma è un incubo! :D ) con la chitarra dei poliziotteschi. Mary Lewis respira di quanto i Daft Punk hanno scippato, pop come lo può essere uno standard dance senza tempo, la prismatica Bianca si staglia old-school con il farfisa che si inventa deep dopo la metà e un sottofondo casio alla fine, Magnetic cat è bellissima nel suo incedere sinuoso, liquido, molleggiato sul canotto o sul tappeto elastico kraut (“si vola!”), e Undercover monkey echeggia Da Funk flautata di zufolo Atahualpa con un grammo etnico e subito la cassa plastica a contraltare. Chiude Endless mother in monotòna lotta contro il tempo, sensazione comune a tante esperienze di programmazione -Chronologie e Oxygen di Jean Michel Jarre- l’essere ultimativi, la suspence che accomuna Vangelis a Les Rhythmes Digitales. Il tempo, sì: quanto ne passerà prima che l’avveduta classe di William Bottin venga pienamente riconosciuta entro l’universo ballerino del suo Bel Paese? He knows the score! (cit.)

Bottin – “S-ciarando el scuro

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