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Gioacchino Turù, mutande antipop

Agosto 24, 2009

Un disco scritto a penna sulla carta igienica, popolato da strani personaggi borderline, dove Grecia fa rima con alopecia e Marco Prandi è ancora là che attende di scordare le (il?) pene d’amore. Benvenuti, se già non conoscete, nel cervello di Gioacchino Turù, stavolta sdoppiato nella sua Vanessa V. (sta per Vermuth), in uscita con il digipack “Il crollo della stufa centrale” per l’etichetta toscana fromSCRATCH, solitamente dedita al postpunk più o meno matematico ma evidentemente conquistata da nonsense cotanto ferali.

Già dai prodromi con Stuprobrucio ci si era accorti di quante deviazioni avesse costui, poeta marginale del fermacampione e della toilette: ora il discorso viene esteso a un livello più vasto, persistendo nelle ciglia i residui della notte e guai a chi lo definisce demenziale o comico. Naif e umorale semmai, nel senso degli umori, come si è evinto anche nei concerti-esperienza, sguaiati e incontrollabili.

Le viscere estremizzate fuor di scatologia avvicinerebbero la coppia a un Maltominimarco ma spesso e volentieri è la componente giocosa, primitiva, guidocatalanesca a prendere il sopravvento, non sempre leggera, al pari del contrasto di voci tra Vanessa (eufonica) e Gioacchino (nasale e sottilmente ubriaca): il resto lo fanno batteria elettronica, strumenti di fortuna, pifferi e groovebox accordati alla funzionalità, sarebbe già poco dire minimali quando il ritmo s’impenna a smentire. Eppure “sono 60 anni che guardo il cielo, sono 60 anni che non scende niente” smitizza il tabù funebre al pari del sirtaki liofilizzato in mazurka di Taxi nero (“saranno i muri della bara ma non vedo il brumista che mi guida il taxi nero / prevedo questa estate molto freddo dentro questa bara”), Libreria museo brucia si balocca coi numeri come i Camillas, Che bel fiulin delira di El Alamein e Tagliati i seni indossa un vestito a puah: ma sempre e assolutamente con l’impressione di essere da un’altra parte, senza ricavarne una filosofia, un paradigma, uno stile che si senta in colpa per dover essere rivalutato a venire come accadde a certa filmografia italiana che fu. Se si eccettua la commovente prandeide corale e un caotico intermezzo arabeggiante a nome Spongebob legge Megret, il dulcis sta in fundo alla tracklist: Merenda tormentone technopunk, Venditori che fa il verso catchy alle Donne di Modena di bacciniana memoria. Ma ad ogni cantone del disco è presente un fantasma in ciabatte, e con poco si rischia di restarne schiavi, o quantomeno prigionieri.

Gioacchino Turù e Vanessa V. – “Taxi nero

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