Ronin, anarchy in Italy
Settembre 7, 2009
Giustizia, libertà, morte. Quella avuta da Sacco e Vanzetti, innocenti nelle carceri d’America, condannati perché italiani, perché anarchici. Morte quale epilogo di giustizia e prodromo di libertà, dagli ultimi preti, dagli ultimi re: con le loro budella, recitava un canto dell’epoca, si sarebbero impiccati l’un l’altro. Dell’interesse dei Ronin per l’esegesi anarcologica si sapeva dai passi precedenti: ora “L’ultimo re”, attesissima uscita per Ghost Records, la assurge a concetto informatore.
“Mi sono figurato mille varianti, mille storie parallele, mille film mentali che sfociassero in questo finale così brutale, apocalittico ma al tempo stesso liberatorio e rivoluzionario”, dice Bruno Dorella, polistrumentista milanese e figura cardine per la musica indipendente italiana. Dopo la musicazione di “Vogliamo anche le rose” per la regia di Alina Marazzi, non si sarebbe potuto tornare indietro: così Dorella, Nicola Ratti, Chet Martino ed Enzo Rotondaro (con la partnership fra gli altri di Nicola Manzan) hanno dato vita alla propria pellicola senza immagini, semplicemente rovistando nel ripostiglio degli attrezzi di casa.
Infatti a “Tool box”, la scatola degli utensili cui i Calexico hanno intitolato il loro album strumentale molto vicino a “L’ultimo re”, guarda mentalmente l’opera: un ritorno a quello che i Ronin sono stati, il legame inscindibile con i propri skills, la colonna sonora surfeggiante, il deserto di Morricone, ciò che sta ad est e l’idea di citare momenti propri o altrui come ad esempio i Concrete. Là dove “Lemming” offriva un ventaglio di suoni world, dal jazz etiope alla alla bossa alla protesta protonovecentesca –appunto Il galeone di Belgrado Pedrini– “L’ultimo re” appare a prima vista una costruzione in cui tutta la storia della band si tiene, necessitando il possesso materiale del digipack a tre ante (egregio l’artwork di Ango the Meek Dead) per comprenderne lo sviluppo nella sua interezza, gli mp3 non sarebbero sufficienti. Disco quindi politico nei dichiarati intenti, quando appare sempre più soffocante la cappa di monarchia (anti)costituzionale e mentre succede che l’ultimo dei preti quando apre bocca si faccia pesare più del primo cerùsico o speziale: la prima delibazione dal vivo, lo scorso mese a Noale, ha convalidato l’impressione di coinvolgimento sensoriale a più livelli.
L’ultimo re è anche il nome della traccia d’apertura, un mezzogiorno di fuoco dove il nemico da abbattere è un gringo e i tempi sono scanditi dal fischio modello Alessandroni, ipersdoganato dal pop (Baustelle) e dalla sperimentazione attuale (Guano Padano). Il clima è appena ventilato da un coro muto sullo stile dei marinai del Kursk evocati da Matt Elliott, epos sottaciuto fra malinconia andina e incedere da inno politico in uno qualsiasi dei film italiani in mostra a Venezia quest’anno. Fuga del prete come Portland, rock di frontiera che stravolge la sigla dell’ispettore Derrick come in altri ambienti fanno gli Eterea della Cavalcata, cercavano Hitchcock e hanno trovato Volontè; Meandro ne è la continuità surf in avviluppo mediorientale, con sentori di Booker T & the MG’s. Per ritrovare il profilo di “Lemming” bisogna attendere fino a Lo spettro, lento e dolce psicoblues isolazionista per chitarra e batteria in primo piano, dapprima venato di sobrio e conciliante latin jazz lievemente exotico (Los Indios Tabajaras?), poi referente di una più ampia sensibilità postrock. “You and me, Nicola and Bart, rest forever here in my heart”: i tempi di Tre miniature vi si potrebbero adattare, scombinati col gran lavoro di Rotondaro al drumming, Bleedingrim invece sferruzza industriale e pressurizzata, brano di passaggio a ricordare le produzioni di Boring Machines. Il triduo finale scopre Venga la morte (e abbia i tuoi occhi), pezzo da cui è nata l’idea del film-disco, una pedalata sulle onde che resero celebri i Ventures; più che la Morte del prete ne è il funerale i(r)onico, con la festa degli overcomers a base di gozzoviglie notturne in free-ride all’anima sua. Infine Morte del re (ma l’ultima nota è un re?): proprio una pietra tombale, nessuna pubblica commemorazione “né conquista, anzi l’ineluttabilità” dice Bruno, con l’oscuro di un cimitero alle 6 di sera nella stagione in cui stiamo entrando a fare da cornice, una campana lontana e archi sinistri a scemare. Essendo troppo lunga, gli spettatori sono autorizzati ad alzarsi anche prima di leggere tutti i crediti nei titoli di coda, temendo lo scatto di un’altra ora nel parchimetro…
Quattro musicisti di qualità superiori per scrittura e interplay hanno dimostrato con questa fatica, una volta ancora, come si possa emozionare e mantenere un livello assai elevato pur maneggiando le pratiche di sempre: a chi mi offre due fustini di ignota musica detersa spacciata per originale rispondo “no grazie, mi tengo i miei Ronin”.
Ronin – “Meandro“
(in anteprima esclusiva per Italian Embassy – courtesy of Rossana Savino e Ghost PR)








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