Klein Blue, il tempo non passa mai
Settembre 19, 2009
Band al debutto per etichetta al debutto. Succede in Lessinia, “tra un pezzo di formaggio monte e un bicchierino di grappa casereccia, la battaglia delle pigne, grigliare carni, saltare sulle palle di fieno”: benvenuti nell’eden di Vaggimal Records, tra la legna e il caminetto dove nasce “Fertilizzafrasi”, il primo EP dei Klein Blue, apoteosi del twee più delicato e camerettistico che ci sia.
Ci eravamo già accorti della validità del progetto KB quando fu inserito nel circuito Lou Fai, concerto e seguente compilation in queste stanze presentata: d’altra parte come non solidarizzare con chi scrive “voce, chitarra e viola, proprio per questo non vengono arrestate quando suonano per le vie del centro storico” di Verona, data il regime mortificante? Ma soprattutto i sei brani rimandano a un’innocenza non del tutto perduta e ad uno spazio-tempo che si è preservato, dove inventare vocaboli e luoghi da cantare in un timbro liceale non colonizzato dai Cesaroni.
Carlotta Favretto e Federica Furlani si conoscono appunto a scuola, più tardi si uniscono Tobia Paltrinieri alla chitarra e Arrigo Cestari alla batteria, ora anche Paolo Verzini alla tromba dove serve: registrano in analogico con Luca Tacconi -già al lavoro sui solchi di Canadians e Home- e il mastering è affidato a un’autorità quale Carl Saff (nel suo studio di Chicago sono passate le tracce di Sub Pop e Touch & Go). Ne esce un esordio che profuma dei primissimi, minimalisti En Roco in un centrino da compiti pomeridiani, contraltare femminile al dopo-catechismo dei Chewingum, aria aperta dove è sempre primavera: in un angolo del muro una copertina dei Belle And Sebastian, feticcio timido neanche troppo Peter Pan. Forse anche sotto è orecchiabile e ci si immagina come potrà suonare calda e probabile quando il quartetto raggiungerà la maturità anagrafica d’insieme, le dediche sul diario sono di qualche anno fa eppure figurano ancora in bella mostra nel dna. Sistri abbandona impostata le parole a metà strada, le recupera quando deve affannarsi, la viola perde ogni venatura grave del suo legno per infondere brio; lassù a Nubicuculia reminiscenze dell’Abbagnano (“Filosofi e filosofie nella storia”), la Glasgow di seconda fila raccoglie da terra una spilla della Sarah Records con le ciliegie e la appunta su un cardigan appena sformato, con la faccia pulita cammina per strada mangiando una mela… c’è armonia nell’arpeggio della chitarra leggera. Non avevo capito si fa cantautorale, una bella batteria fa crescere il pezzo, spunta una voce maschile per il manifesto del disco: “Non avevo capito il tuo sguardo e non mi capacitavo del resto”, fotocopia nell’arte non professionale che invece in Porto assieme agli aggettivi che precedono i sostantivi recupera una dimensione storicamente identificata nella canzone italiana, fra il Vecchioni di Canzone di Laura e i Nomadi di Asia, prime radio private e qualche sogno ancora confessabile. La discesa scandita della titletrack, al netto del neologismo, non aggiunge ma conferma lo status di promessa che con applicazione propria e fiducia altrui può specializzarsi nel musicare tramonti agresti, déjeuner sur l’herbe e matinée di fine corso nell’incontaminata purezza di Vaggimal.
Klein Blue – “Non avevo capito“








si riparte….
Diamo il via all’ennesimo post di segnalazioni: è appena uscito il nuovo programma di Interzona, che potete consultare qui. Io comincio il 3 ottobre con un djset e vi conviene venire anche perchè l’ingresso è gratuito e la birra…