Port-Royal, la conquista dell’est
Settembre 21, 2009
Cristoforo Colombo era genovese, scrutava il mare verso ovest e scoprì un continente che cinquecento anni dopo, al pari della Gran Bretagna e dei Paesi europei affacciati sull’Atlantico, rappresenta la terra promessa dei musicisti. Anche i Port-Royal sono genovesi, ma la loro America l’hanno trovata ad est, nelle nuove dimensioni offerte da vasti territori cui nessuno tra i nostri indies pare guardare, sebbene l’89 sia passato da vent’anni. E vincono, come dimostra “Dying in time”, il disco in uscita il 2 ottobre per Sleeping Star e una syndication di altre etichette internazionali.
“Afraid to dance” era stato capace di fotografare in tempo reale la metamorfosi, qualcuno dice obbligata, fra la cupa nebbia Sigur Ròs di “Flares” (che li rivelò come potenza in casa Resonant, ora purtroppo abdicata) e un’elettronica astronautica, da pionieri del beat moderato in cassa con emozioni controllate, com’è ora. Nel mezzo anche i remix per Felix Da Housecat che li certificano appartenere a un cosmo molto più universale rispetto al panorama tricolore, grazie anche al supporto di n5MD che li distribuisce a livello digitale e ne cura l’uscita per il resto del mondo.
Obama ha appena ritirato il progetto di scudo spaziale alle porte della Russia, che avrebbe coinvolto il suolo polacco e quello ucraino: la firma sarebbe bellamente potuta avvenire con la colonna sonora di Susy: blue East fading che ovunque protegge Condolcezza dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili per mano di androidi che sognano pecore elettriche. Hva (failed revolution) è un mimimmo contro cui vana può essere la resistenza dei miliziani invasori guidati da Corrado Guzzanti, là dove Nights in Kiev riporta in auge i glitch spiegandoli in chiave IDM sulla scia degli stessi Ladytron da loro remissati, una nuova Deca-dance… Anna Ustinova è ancoora abbandonata sotto la tempesta boreale mentre The photoshopped prince è l’episodio più pop, sarebbe in classifica sulla Luna, e Balding generation reca quale didascalia (losing hair as we lose hope) costringendo a fare fronte alla propria antiestetica calvizie nel catturare sguardi da club a Minsk, sperando sia sufficiente la trance tedesca degli anni Novanta per non dover recedere al Battiato’81 temuto a Praga da Max Collini. Chiudono i tre Hermitage, abbastanza ortodossi (ops) nell’aggiornamento shoegaze in caduta libera, Gagarin ha perso un treppiede che vaga nel cosmo e cadrà da qualche parte tra la terra e il cielo…
La quantità impressionante di date e consenso che i Port-Royal hanno ottenuto e mantengono oltrecortina, accompagnata dalla scelta di operare featuring con vocalist di quell’estrazione ne fa finora un unicum, di livello tale da esserne orgogliosi, ma anche possibili apripista a successive esperienze, quando loro probabilmente MIR-eranno già da tutt’altra parte in groppa ad un esperanto musicale fuori dal tempo.
Port-Royal – “Balding generation (losing hair as we lose hope)”
(anteprima italiana per Italian Embassy, courtesy Ja.La. Media Activities)








[...] nella versione online della medesima rivista l’intero album “Dying in time”: queste le parole di Embassy. [...]