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Alessandro Grazian, in un altro Paese

Ottobre 2, 2009

“Non si teme il proprio tempo”, anche quando ci sono tutti i motivi per farlo, e questo si mostra nella maggior parte ostile alle proprie inclinazioni. “E’ un problema di spazio”, spesso gli EP vengono considerati episodi di medio termine quando invece anticipano le direzioni future e riservano brani tra i più belli di una discografia.  Babyface Alessandro Grazian esce con “L’abito”, cinque brani griffati dalla premiatissima Trovarobato, e ancora una volta tocca ascriverlo a un altro Paese: non nello spazio, ché italiana ed europea è l’essenza, ma nel tempo, negli anni inesorabilmente fuggiti con grosse perdite.

Integrata la già corposa backing band di produzione e concerto con il batterista jazz Tommaso Cappellato, il chansonnier padovano all’età aurea ha composto i pezzi nell’anno esatto di distanza da “Indossai”, durante un tour di sessanta date che lo hanno intensificato nell’affezione del proprio pubblico, lungi dall’imporlo –come meriterebbe- quale fenomeno per una massa che semplicemente, nel 2009, non se lo merita se non negli strati più adulti, colti, riflessivi, avulsi alla banalità.

Se in un particolare traluce la forza della sua offerta artistica, sta nel non dimenticare la dimensione sonora a vantaggio delle parole: sin dall’esordio Grazian ricerca l’ambiente migliore, analizza la storia e la geografia di cosa sia avvenuto prima, riflettendo nelle canzoni una massa di documenti mentali non in vigore fra altri pur promettenti coetanei. Una ricerca lessicale incessante, da almanacco, sposa con sempre più puntuale sobrietà il suono ricco delle fisarmoniche, dei violini, della sezione ritmica e del pianoforte, al modo delle registrazioni negli studi RCA quando la canzone italiana era studiata e invidiata: la titletrack come sempre posta all’inizio dell’opera affronta l’emarginazione con la volatilità di un gabbiano, leggera e nitida nel voler essere normale dove non ci sono altro che “sogni bianchi” di luce senza volontà. Incensatevi ammonisce i baroni della cultura con gorgheggi non impostati: “ciò che sta iniziando finirà” prima o poi, anche se è sempre più labile tale orizzonte nell’eterno presente, mentre la sezione strumentale chiude lo schermo fra Morricone e Tornatore. L’ago ha il pregio di non risultare apologo morale grazie a una prospettiva esterna all’appassire con rispetto, quasi non si fa cenno alla materia nell’angolo per far emergere la situazione umana, nichilista e pure sospesa: “io vorrei qualcosa che somiglia a Noi”… A teatro! Solo lei prossemica e francofila nel triangolo aznavouriano (“ben più di voi ho amato me”), melodramma contenuto prima dell’anamnesi di Sulla via, che riporta in auge la costanza di Alessandro nelle infezioni che non si rimarginano disco dopo disco, un patire che postula l’innocenza impossibile.
“Godiamoci una decade di decadenza”, declamava l’attuale conduttore di X-Factor oltre dieci anni fa, difettando nella data d’uscita dal tunnel: e nel senso del declino sta il leitmotiv de “L’abito”, un torpore relativista ora vellicato ora scosso da un artista che negli anni è venuto evolvendo da istrione fiammeggiante a performer equilibrato, pittore di tele esposte, autodidatta nella classica, contrario a ogni imbalsamazione, a proposito del quale il cronista non può far altro che togliersi ancora il cappello e invitare “alla corte dei miracoli”.

Alessandro Grazian – “Incensatevi
(in anteprima esclusiva per Italian Embassy – courtesy Trovarobato)

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