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Guano Padano, cultura nel deserto

Ottobre 15, 2009

Pensare ai nomi d’eccellenza che ne fanno parte o iniziare dal suono, codificato eppure non immune da felici intrusioni. Esordire con la portata internazionale del progetto o soffermarsi su un paio di chicche aggiuntive: comunque la si prenda, Guano Padano è una delle sensazioni annuali nella sfera musicale d’alto bordo, e non solo. E proprio in questi giorni esce il disco omonimo, per il prestigio statunitense di Important Records.

Sergio Leone era italiano, lo è Ennio Morricone. Addirittura in una ubicazione più ristretta, a cavallo del Garda, dimorano Alessandro “Asso” Stefana (chitarrista in proprio con “Poste e telegrafi”, da tempo nella crew di Vinicio Capossela, anche collaboratore di Marc Ribot e Mike Patton), Zeno De Rossi –batterista per Vinicio e inserito nel circuito della label impro-jazz El Gallo Rojo assieme appunto al (contrab)bassista Danilo Gallo. Per due anni, nelle more dei rispettivi impieghi, i tre si sono incontrati per finalizzare questo ambizioso progetto tutt’altro che parallelo.

“Guano Padano” vive anche di numerosi apporti celebri, sviscerati lungo tutte le tracce, e della sintomatica trattazione che Joey Burns dei Calexico –conosciuto nelle date col cantautore di Hannover- ha scritto per ognuna di esse: sentita, partecipata, puntuale nell’evincere le linee guida del progetto, “novità unica e coraggiosa” che consapevolmente o meno innerva un topos consolidato quale la colonna western introducendovi sperimentazione strumentale per mantenerla viva, al modo dei Calibro 35 col poliziottesco. Se ad orchestrare gli archi è stato chiamato, e come poteva essere altrimenti, il maestro Enrico Gabrielli (produttore artistico dell’anno secondo i premi del MEI), l’inappuntabile Alessandro Alessandroni, dalle opere più longeve di Morricone, “fischia” nell’instant classic El Divino e in Bull buster, probabilmente la forma più interessante fra le tante del disco: Banjo & Videogames, un Resident Evil da midwest ove il tamburello sta in mano al maniscalco Doc Brown mentre tenta di salvare la sua Clara. Dal canto loro Gary Lucas, storica chitarra per Jeff Buckley e Captain Beefheart, sventola la lapsteel a passo di rock-blues in A country concept, Chris Speed -già con Uri Caine e John Zorn- mette a disposizione l’evolversi del suo clarinetto, e compare addirittura la voce tonante di Bobby Solo (!) nella cover di Ramblin’ man, rumba’60 firmata Hank Williams alle costole di Ringo o Sartana… Del Rey è un altro instant classic, in scuola Willy DeVille con batteria portante, mentre Epiphany si mette in scia al groove loungettone di Combustible Edison, Jack Frost è un soffice e ovattato oblio e Danny boy messicana, complessa e jazzata, desertica in senso eguale e contrario alla fiesta della finale Tromp Valley, dove ogni assolo presenta il musicista che lo esegue al modo delle reentrée teatrali.
Non uso quasi mai la parola cultura, la trovo di perimetro snodabile e spesso scagliata pro o contro un’espressione artistica o dello spettacolo allo scopo di dividerla da altre; ma in questo caso non ci si esime dal farla propria a significare che con Guano Padano si alimenta la conoscenza e la possibilità, l’equilibrio e il genio, si tramanda e si innova. E quindi, l’opera omonima che vede la luce di qua e di là dell’oceano compie un’operazione culturale che trascende i limiti del suono: “I bizzarri abbinamenti negli arrangiamenti rendono Guano Padano un’esperienza meravigliosa”… parola di Joey Burns.

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Guano Padano – “Bull buster”
(in anteprima esclusiva su Italian Embassy)

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