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Hollowblue, ombra d’America

Novembre 7, 2009

Quando si dice vinificare in purezza. I caratteri della musica europea e di quella statunitense, per quanto contaminatisi nel tempo, sono ancora abbastanza riconoscibili se grazie ad essi possiamo connotare come appartenente all’oltreoceano il musicare dei livornesi Hollowblue: “Wild nights quiet dreams” è il nuovo album uscito ieri per la propria label A Cup In The Garden, e arriva dopo un lungo lavoro capace di incontrare per strada anche lo scrittore Dan Fante, figlio del più celebre John.

Saranno le ombre, sarà il pianoforte, sarà la bohème dei Divine Comedy unita allo spirito “americana” tipico di band come i National, sta di fatto che pare sempre sul punto di succedere qualcosa in ogni canzone, per quanto il procedimento sia assai concreto e parco di effimere suggestioni: già Wild & scary apre con maturità un discorso teatrale, pieno di fragranze intercontinentali, sigaro e muschio al modo di Giant Sand e Marti.

You cannot stop è rock chitarristico in potenza, una Wild world leggermente epica, nel senso che si dava all’aggettivo prima dell’avvento degli Arcade Fire: Gianluca Maria Sorace imprime sfumature vibranti alla sua voce sottile anche in Forgot to say I love you che si attesta su posizioni colloquiali, drama buckleyano se ve n’è uno. Sigma ossessiona come un vecchio sfondo dei Massimo Volume, strumenti in evidenza e una singolare quanto riuscita piantagione di lingua italiana nel contesto; all’anonima I’ve got the key to change the world dalla scarsa personalità segue per contrasto l’affascinante Honeymoon, dove la frontiera oscura dei Calexico brilla in punta di charleston, e una Wild dogs run col supporto della vocalist Sukie Smith. Green eyes è ritmata e prepara il terreno a The last day, che rivela insospettate connessioni coi Blonde Redhead di non ultimo conio e costituisce uno dei pezzi migliori, così in disarmo eppure movimentato da brevi attacchi di chitarra presi dal surf. Shout è una ballata che finisce in  furioso comizio, così Cry hell che chiude il disco con uno speech doorsiano della perdizione, e non è dato sapere se alla fine per gli Hollowblue ci sia un paradiso o un inferno, col secondo da preferirsi per la compagnia, o così si dice.

Hollowblue – “The last day
(in anteprima esclusiva per Italian Embassy – courtesy A Buzz Supreme)

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