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Beaucoup Fish, qualità di massa

Novembre 10, 2009

Accendete la radio, quella onenation onestation o una di quelle locali che le fa il verso, e segnate le prossime tre ma anche quattro o cinque canzoni. Pop generalista, r’n'b annacquato, se va bene qualche brano d’autore o del rock innocuo per famiglie. Il mainstream, qualcosa a cui non si può “controbattere” sullo stesso terreno coi medesimi mezzi, muovendo da una posizione che comporta innegabili possibilità inferiori… e chi l’ha detto? La risposta di qualità arriva da Cremona, con “Lascio tutto”, il secondo album dei Beaucoup Fish uscito venerdì scorso 6 novembre, primo per la nuova etichetta Melunera.

beaucoup

E se è vero che in Italia potremmo anche non avere mai una pop band oceanica quale i Coldplay con qualche responsabilità anche dei direttore di programmazione, non è altrettanto sensato che un progetto con i numeri per parlare a tutti venga accantonato sul presupposto delle notorie ingerenze delle major nei palinsesti: non si parla di nicchie rumorose, composizioni astruse, contaminazioni ardite, ma della storica e leggera canzone italiana di massa. E questi cinque protagonisti, prodotti da Taketo Gohara alle Officine Meccaniche (con le orchestrazioni di Davide Rossi e gli ottoni suonati da Achille Succi e Mauro Ottolini), hanno le carte in regola per condizionare il mattino o il pomeriggio degli italiani in coda al semaforo.

Teen, per esempio. Un pezzo perfetto, che fa male scrivere e interpretare, di chi (“un mucchio di grasso e sconfitte”) intraprende un legame con una persona più giovane abbarbicata ai suoi sogni e insofferente ai ricordi del partner, fossero anche generazionali: “Tientele strette le videocassette del mondiale dell’82, e le cene da prenotare a coppie o multipli di due”, con suoni pieni, la minima elettronica tollerata da una generazione che ascoltava musica senza che ci fosse, le chitarre sparate eppure educate. Per non dire della scelta d’amore di registrare in presa diretta con strumenti vintage, tra i quali un pianoforte Steinways & Sons sopravvissuto alla seconda guerra mondiale.

Il disco è partecipe di un mood pressoché uniforme, la fuga, l’evasione: fin da Imperfetto, che lascia trasparire il gran lavoro d’arrangiamento e missaggio, assai professionale nel suonare “alto”. E l’agile Pianeti, destinata alle classifiche sulla lunghezza d’onda introspettiva cara ad Amor Fou e Giuliano Dottori: la voce impostata/intonata di Matteo Gosi connota anche Dicembre, nitida e arcuata prima del crescendo rock, che conferma il potenziale arrivo alle orecchie di tante persone. La titletrack apre funky con trombe sbarazzine che danno il ritmo e cori da palco, Distratto come Imperfetto prende le parti delle cose non inappuntabili, con rotondità vocali e senso per la struttura strofa-ritornello: Raf e Antonacci hanno costruito il loro successo su questi caratteri. Se entra nel mondo, con la trattazione dall’interno di una vita sfiorita (ed eutanasia sfiorata), potrebbe creare il caso nei media oltre le iridescenze del pop epico di matrice vecchi U2, mentre la vibrante Isola dalla cantilena non forzata in sistema Zen Circus potrebbe conoscere in fase di remix un contributo importante per portare il giusto vigore alla sezione ritmica, ne ha tutti i diritti… Sono pezzi decisamente cantabili, una caratteristica che si va sempre più perdendo, un controsenso assurdo in tempi di magra come questi: Artù è il contraltare serio, un quadro familiare inasprito, dietro l’angolo c’è Cremonini (“il tempo non guarisce se tu non l’aiuti”), Sogno vorrebbe essere la traccia più sofferta e rock, come quel girardengo eccetera, buona la steel anche se la summa pare didascalica. Chiude la toccante L’ingegnere dedicata al nonno dei fratelli Gosi, “la paura di morire da solo” tipica dei vecchi, da scongiurare grazie a un nipote che dice “ti devo tutto quello che ho”: chi scrive dovrebbe sempre farlo con gli occhi.

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Beaucoup Fish - “Teen”

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