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Penisola deserta / Italian Embassy…

Dicembre 11, 2009

E venne l’ora… dopo aver interpellato tanti, e in attesa delle prossime risposte, anche l’Ambasciata mette nero su bianco i propri dieci titoli scampati al naufragio, relativamente al decennio uscente e alla penisola italiana. L’occasione è data dalla pubblicazione nel presente numero di Blow Up di un paragrafo a mia firma che proprio della decade (di decadenza?) nazionale in musica tratta: e quindi, quale miglior occasione e luogo per sviluppare il discorso con riferimento alle band da considerare?

baustelle old

Come sempre in questi casi, e a maggior ragione dato l’ampio arco temporale e il numero relativamente esiguo di possibilità -dieci appunto- la scrematura ha lasciato al palo nomi e opere di mia larga affezione negli anni, parecchie delle quali per altro comparse nelle playlist di cui alla rubrica, motivo di sollievo nel saperle raccolte e introdotte nella grande arca anche se non con la mia firma in calce al retro della foto. Giudizio oggettivo e impuntature personali coesistono senza confliggere, per quanto ciò sia possibile…

1. BAUSTELLE – “Sussidiario illustrato della giovinezza” (2000)
Correva l’inverno del nuovo secolo, spaparanzato in divano assonnecchiavo durante un Help meno frizzante del solito, quando Red presenta questo sestetto toscano, lui dandy maledetto lei bellona algebrica e un tastierista strano quanto geniale. Il nome mi rientrava da un roster di un anno prima, che li segnalava quale summa di Air, Gainsbourg, Pulp e molto altro: come potevano sfuggirmi? Sulle prime rimasi perplesso, ma alle note di Le vacanze dell’83 fui già conquistato: comprai il disco online, da Praia a Mare, ne feci culto e ossessione come non pochi lettori di questo sito. Dopo i Bluvertigo (e Morgan ha realizzato due grandi dischi da solista prima di x-fagocitarsi) ecco un’altra band “per me”: pop, intelligente, citazionista, brillante, rivelatrice di un mondo. Il resto è storia: un altro album gigantesco (“La moda del lento”, 2003), l’ascesa inesorabile, i cambi di line up, il boom, la scrittura a repertorio… con l’internet di massa, tra le cose più belle, imperdibili e sovversivamente quotidiane degli anni Zerooo.

2. VINICIO CAPOSSELA - “Canzoni a manovella” (2000)
Lo amavo di sottecchi già negli anni Novanta, ma se mi sono fiondato a piedi pari nella vasca del campari è stato per l’averlo avvicinato a livelli di adiacenza a certe notti veneziane d’isola, nebbiose, madide di damigiane e compagnie improvvisate, ragazze straniere in internship e case ospitali, cori alternativi a Yann Tiersen prima di andare a dormire senza cento colpi di spazzola, ormai… si fece l’alba fuori del Paradiso, e prima ancora al Palafenice come una rigatteria. Meglio del comunque eccellente “Ovunque proteggi” (2006), ha allargato i confini delle possibilità e delle ispirazioni, crescendo numerosi talenti: chi ha tentato di carpirne parti ha sbattuto la testa al muro e se lo è ritrovato sempre da un’altra parte, con sempre più cose da dire e in maniere sempre diverse, non importa quanto nuove se hanno scomodato pure Joey Burns dei Calexico. In un senso più tradizionale, il miglior disco di canzone d’autore nell’Italia degli ultimi anni è “Lampo viaggiatore” di Ivano Fossati (2003).

3. AFTERHOURS – “Quello che non c’è” (2002)
Portato dei tardi 90s, la band di Manuel Agnelli ha continuato a partorire le migliori liriche rock in lingua madre, fin dalla cessazione dei CSI e con un seguito variamente definibile di massa, prospettiva mancata dal alcuni parolieri rock di qualità (Estra, Stefano Giaccone, etc). Già l’ouverture omonima pianta un paletto non indifferente per quelli del “loro” Tora Tora e quelli che verranno dopo, a dire “dimostratevene degni”, cercate di coniugare visione e parola, lucidità e fuoco; e il resto del disco non è certo da meno. Fino a Sanremo, all’orchestra diretta “dal maestro Enrico Gabrielli”, e al ruolo di istituzione da interpretare in maniera creativa e non museale. Chapeau, come si diceva nei blog 1.0. E il testimone? In prima fila vedo Le Luci della Centrale Elettrica, il cui esordio “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008) ha destato l’impressione quasi unanime di un altro modo di vedere le cose prima ancora che di scrivere, da rocker letterario con un vissuto in divenire, verso una piena affermazione con una band alle spalle.

4. GIARDINI DI MIRO’ – “Dividing opinions” (2007)
Già fondamentali a porre i presupposti di una scena dalla vocazione internazionale, discendente dal postpunk e dallo shoegaze prima di vedersi appiccicato il tag “postrock”, i GdM hanno sublimato quello spirito nella forma canzone, con inserti elettronici e featuring prestigiosi (Piano Magic): fin dalle prime note si avverte che tutto è cambiato affinché niente cambi, con il carico da undici di un impegno politico ed esistenziale messo in copertina con gli scontri di Reggio Emilia del 1960, “una solidarietà ora sempre più labile” dissero a Blow Up. Con il pop di Yuppie Flu e …a Toys Orchestra, il miglior biglietto da visita all’estero.

5. FRANKLIN DELANO – “Like a smoking gun in front of me” (2005)
Canzoni bellissime che non penseresti italiane, tasso di sperimentata dilatazione più elevato rispetto agli standard del genere, voglia di non restare fermi ma conoscere, frequenti viaggi a Chicago nel nome del free folk: l’ennesima opera che avrebbe meritato miglior sorte, prima della rinascita quale fenice Blake/e/e/e su presupposti deviati. Paolo Iocca e Marcella Riccardi, una costante prima di tutto quale modus operandi, contro ogni normalizzazione.

6. UOCHI TOKI ed ETEREA POSTBONG BAND - “La chiave del 20″ (2007)
Nella ristretta categoria dei musici che ti aiutano a capire con quale umanità si stia avendo a che fare (vedi nel pop Numero6 e Carpacho), gli Uochi Toki rappresentano un unicum per genere -hip hop da sparo e campioni inconsueti, noise- alterità alla comunità facile e nessuna concessione alla piacioneria verso il pubblico, anche il proprio. Con loro nel concept la postbong band scle-dance, agglomerato “componibile” di afropunk, Devo e troppe altre influenze spesso inconsapevoli, amanti del vecchio cinema e della musica del 2040, ironici oltre misura e geniali dilettanti del naming: assieme si scoprono esplosivi deflagrando dentro una discoteca e in relativo hangover. In questo girone di pazzi -spesso e volentieri accasati Trovarobato- anche Musica Per Bambini.

7. NON VOGLIO CHE CLARA – “Non Voglio che Clara” (2007)
Come sono cresciuti dal supporting al Sailor’s Pub… musica e testi d’un altro paese nel senso del tempo più che dello spazio, Scott Walker e Tenco nei dolori del giovane Fabio De Min, orchestrazioni stile RCA e frasi che scolpiscono le ossa: una piccola storia per chi ha provato almeno una volta quel tipo di brividi e non li dimentica più. Premio al talento puro, al lampo di luce che acceca e sparisce per farsi aspettare: per fortuna sono dati sulla via del ritorno. In altri ambiti di dolore, i Morose hanno confezionato lavori impeccabili sia in inglese che in italiano.

8. REDWORMSFARM – “Troncomorto” (2002)
Devo dire grazie a quella sera organizzata da Pasquale al Vapore, luogo jazz/blues per eccellenza in terraferma: anche se i muri tremavano per le vibes di due chitarre grosse e di una batteria dalla veemenza industriale, così poco fit con il luogo… scoprii i Redwormsfarm con questo disco, il loro primo (per Fooltribe) e riconobbi i crismi di quella che per me avrebbe dovuto essere la musica “pesante”. Un martello per far muovere la testa senza requie, battere i piedi nel mantra matematico, sguardo dritto al palco e dietro magari un bancone, in un basement. Nel tempo si sono affinati ma non hanno perso un grammo della forza, e tutti sanno che la loro carriera sarebbe potuta essere più luminosa e appagante.

9. FARE $OLDI – “One nation under a grande cassa” (2005)
Inevitabile che il decennio del digital divide fosse quello in cui l’elettronica diventava di massa, con sorti magnifiche e progressive per il ballo in tutte le sue varianti, dal clash berlinese degli inizi alla fidget parigina degli ultimi tempi. Poi c’è chi sa fare le cose in maniera intelligente, e fissare una propria estetica: Riotmaker e gli Amari senza dubbio, ma è questo il loro disco più bello e pregnante, recuperando in scioltezza neuroni dagli 80s e dai 90s, innestandoli nel corpo indierock/tortoisiano, sviluppando in chiave black e hip hop la fluidità del suono. Un’opera che non sente il passaggio del tempo, forse perché fondata su date premesse.

10. LARSEN – “Rever” (2002)
Negli ultimi anni mi sono avvicinato molto alla scena cosiddetta “sperimentale” che ogni anno si ritrova(va) al Tagofest, considerandola una fonte di salvezza quasi unica per i suoni cui sono più abituato. E mi è sovvenuto un brano inserito in una compila dall’amico Enrico Fontanelli (Offlaga Disco Pax), a firma di questi torinesi selettivi e distanti: nel procurarmi il disco rimasi scosso dalla quantità e qualità di cose che si potevano fare, anche in Italia, con una strumentazione tutto sommato naturale, così da sceglierlo ora tra mille suoi pari, in ballottaggio con Lumière Electrique, l’artigianato dalla copertina di foglia che Asso e Ale Paderno (poi LMALL) mi mandarono nel 2001 dopo aver letto una mia lettera al Mucchio, e che lanciava segnali che si stentava a capire fino in fondo per quello che sarebbero stati.

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