Gabriel Sternberg, c’est la ouate
Gennaio 14, 2010
C’è del mistero attorno a Gabriel Sternberg. E’ il suo vero nome? E’ effettivamente tedesco, anche se visto aggirarsi a Sesto San Giovanni? Se se ne parla su Italian Embassy forse si è vicini alla soluzione… Non è un mistero invece che anche la sua nuova release, “Like no season”, pubblicata dall’altrettanto invisibile label teutonica Klang:Haus, sia un altro colpo andato a fondo di quell’introspezione umorale, solitaria, pura che in tanti amiamo coltivare, specie d’inverno, specie a certe ore quando Marzullo si appollaia rapace.
Già il precedente “Endless night” (all’epoca per i tipi di Canebagnato) lo rivelò autore sensibile e interprete poroso: una traccia come With you non si perfeziona ogni giorno, scrivemmo. Registrando a Milano e Berlino assieme all’influente Christian Alati (ex Gatto Ciliegia), le canzoni di Gabriel assumono inevitabile patina natalizia ben oltre il periodo di festa, parole di neve cullate nel divano più essenziale possibile, a partire dalle poche linee del packaging e un volontario understatement promozionale incurante del reale valore di quest’opera.
Quando sentite parlare di interpreti intimisti, accordi lo-fi, sonorizzazioni fra il tramonto e l’alba, fateci la tara, ché qualche volta tali asserzioni nascondono carenza di mestiere da mascherare attraverso il mood. Con Sternberg il rischio non si corre, dosando egli diversamente in ogni circostanza la collocazione degli strumenti e il peso delle emozioni, come se dentro la nuvola ci fosse lo spirito di razionalità anziché Bonolis che versa il caffè: Keiko è eterna e lynchana, All I can see is you più delle altre materializza Barzin ma evoca anche uno eteronomo scacciapensieri siciliano a scandire il blando, metodico ritmo in terzi, Todeslied il cui archetto seziona il cuore in parti uguali e lo dà in pasto alla salamoia, Alone rasenta le vertigini dilatate dello shoegaze elettrico riducendo alla leggerezza gli Slowdive… e ancora, 100 afternoons dovrebbe accontentare i fan dell’autoafflizione boschiva (voi quando siete giù ascoltate musica che vi tira su? per restare al discorso pubblicitario) con pennate sapienti almeno quanto Heart è Linkous che dorme con la bocca aperta, un piccolo fiume ancora lontano dalla foce che scorre lentissimo e dimenticato. Chiude Le portrait intérieur che sfoglia le pagine della somma, disturbato da sporcizia e chance hopelandica: prima che si sciolga al sole fatelo vostro, poi ibernatelo ed estraetelo con le nebbie del prossimo ottobre, “the trees are stripped bare of all they wear, what do I care?”
Gabriel Sternberg – “All I can see is you”
(in anteprima esclusiva per Italian Embassy)








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