Peluqueria Hernandez, nunca muere
Aprile 30, 2010
Holden Rivarossi è un regista mai esistito, i cui otto lungometraggi immaginari non sono bastati a evitargli la fuga. Di lui restano le locandine illustrate da Mauro Marchesi, e le colonne sonore firmate dalla Peluqueria Hernandez, già da qualche anno fra le realtà musicali più interessanti d’Italia: l’ensemble veronese è al ritorno discografico con “Amaresque”, in uscita a giugno per il combo romagnolo formato da Interno 4 Records e dall’editrice NdA Press, che pubblica il libro con le immagini.
Prodotto da Tony Face, nome storico del post-punk italiano (Not Moving, Link Quartet), “Amaresque” amplifica ulteriormente le suggestioni rilasciate nei precedenti lavori della band, facendosi forte dell’invenzione di un concept -la filmografia di Rivarossi, appunto- ambientato a cavallo del Po tra figure freak ed echi felliniani virati allo spaghetti-thriller: sette composizioni originali più la resa perfetta di un traditional chicano e il contributo di Lilith, complessivamente un voto che tratta le cose all’italiana, con grande filologia e fantasia.
Katunga apre le danze in modalità etnojazz / desert surf, tra Zorn e gli Shadows, da compila Ultra-Lounge selezionata dai Ronin, invece Cuoraccione di melone (sono i titoli dei film di Rivarossi, merita molto leggere anche la sua storia…) sta per pochi metri ancora negli States, è Ry Cooder a guarda il confine dalle finestre di El Paso, e c’è sempre il sax di Roberto Lanciai che impazzisce pur entro lo schema. Puerto Tristeza è la Peluqueria che si conosce e ama, il buon Hernandez taglia i capelli à la Che coss’è l’amor: muore nell’ombra la vita, si è spento il sole e chi l’ha spento è l’orchestra, ahi permette signorina… la titletrack un falso lento papettiano da Scandalo al sole, per una band sorprendente che accosta il molto alto al molto basso, il colto al popolare: così La Martiniana bellissimo take di Tijuana che esalta l’interpretazione di Joyello Triolo in botta Banda Ionica: “si tu me cantas, yo siempre vivo y nunca muero”, sfociando nei tre tempi della torrida balera sul fiume. Procopio a suo modo rockeggia nell’inseguimento di un pre-poliziottesco ante litteram che si arzigogola sul vicolo cieco del free, e diventa una stasi di eco e theremin, salvo riprendersi blandamente nella linea seguita all’inizio, con finale di bigiotteria e clangore. Capitan Mannaggia non si discosta dai solidi e sicuri terreni battuti dalla bandilla, l’esilarante ‘O Mariaccio ‘Nnammurato nonostante la strumentazione accoglie un canone peculiare della musica leggera italiana di quegli anni in cui dominava il piano bar e Bongusto o Di Capri segnavano le preferenze della nazione. Infine X o Dos con Lilith che legge nel dialetto della Valnure, più genovese che piacentino, più brasiliano che tutto, una splendida suite indolenta e profumata che rivela la matrice jazz di buona parte del progetto. Inutile ribadire che “Amaresque” va preso a scatola chiusa, e a leggere fra le righe senza badare alle generalità degli antagonisti, anche Holden Rivarossi diverrà una figura assolutamente credibile.
Peluqueria Hernandez – “Katunga” (single edit)
in anteprima assoluta per Italian Embassy – courtesy Joyello








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