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Black Eyed Dog, called for more

Gennaio 14, 2009

Scese le scale della taverna e tutti lo notarono. Alto fino al soffitto, dallo sguardo straniero, con un cappellaccio in testa e una donna fascinosa al fianco. Aspettò pazientemente il suo turno, prese la chitarra e strimpellò 2.45 AM. Ne uscì una voce così propria, un respiro tanto intenso da bloccare sul nascere qualsiasi volatile distrazione. Terminata la quale, si appartò a bere un sorso di liquore di campagna, prese sottobraccio la sua ragione di vita e si dileguò nella notte, lasciando sul palco un alone.

Non si creda che la vicenda sia romanzata: accadde a Udine una notte di novembre, anno 2007. Ma sarebbe anche potuta non accadere mai, o ripetersi sempre: la cifra stilistica che reca con sé Black Eyed Dog è tale da non venire dimenticata da chi ci si imbatte. Se l’esordio “Love is a dog from hell” ne rivelò le abbondanti doti compositive e da interprete, offrendo all’uditorio due manciate di canzoni perfette, vecchio stile, con qualche variazione sul tema, l’imminente “Rhianuledada” -esce il 22 gennaio sempre per Ghost- ne fortifica la personalità in senso univoco: se prima le reminiscenze dei brani erano palesi e riconoscibili, oggi Fabio Parrinello da Palermo è un autore a tutto tondo, immediatamente rapportabile alle liriche e ai suoni che scrive. Istoriata nella cover da Roberto Amoroso, la raccolta di tracce apre con una doppietta da knock out, pugno di ferro in guanto di velluto: alla nostalgica Roses, tutta accordéon e pianoforte smooth, succede Salinas, vertice del disco in virtù del ritornello strappacuore (“and I’ll drink the bar dry just to fill up the void, the void that you left when you went away / and ten thousand miles on the back of a car, a knife, a gun and some roses I got for you”). Appare qua e là l’ombra degli “strumenti inconsistenti” su cui si regge l’ultimo Capossela: I got you e The way to my heart si reggono principalmente sulla gola del crooner, mentre Drink me gode del violino e Bullet proof sdoppia la voce sopra lo scarno incedere del pianoforte. C’è spazio per un solo divertissement, la waitsiana Honeysuckle Gal, in un quadro dominato dalla continuità, che vede in Daly suicide l’angolo western e in Lazy.B il mai sopito lato “francese”. Comincio a pensare che il set and setting sia utile ma non indispensabile, sicché se non potete avvalervi di un camino montano e del partner di una vita, queste ballate non suoneranno scomode in qualsiasi altra circostanza, senza pensare anche per un solo momento che un artista nato al sole d’Italia non possa comprendere, “leggere” e restituire il sole d’America… importa solamente che una volta abbia tenuto in mano la penna per scriverlo.

Black Eyed Dog – “Salinas

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