I am the eggman, they are The Walrus
Gennaio 28, 2009
Da anni ho una fissazione: trovare un disco indiepop anglofono che non mi stanchi mai ad ogni ascolto, abile e arruolato per tutte le stagioni, in grado di contenere tutto (come in ogni opera d’arte che si rispetti, direbbe Morgan), fresco sebbene trasognato, opaco ai volumi bassi ma pronto ad essere lucido con l’incremento della tavoletta, pieno di ritornelli brillanti, da battere il piede e muovere la testa. A questa domanda hanno sempre risposto gli Spearmint, finora, e tutto lascia intendere che anche il progetto solista di Shirley Lee segua le stesse piste. E se fosse che in Italia, a Livorno, è sbocciato un altro di questi rarae aves?
I giovani The Walrus, meno di 25 anni l’età media, non scelgono tra Inghilterra e Stati Uniti per le fonti del loro debutto “Never leave behind feeling always like a child”, uscito a fine novembre per la neonata Garrincha in coproduzione con Tomobiki. Giusto a cavallo del MEI, durante il quale si produssero in un’esibizione tirata e convincente per sfruttare al meglio gli scarsi minuti e la poco affollata vetrina di quel contesto a mezzogiorno. Undici tracce che da una parte guardano all’esordio degli Strokes (Fast walk, Freddie and Kathie, Break off all) dall’altra si incamminano verso il club, con Now more than ever su tutte, seguita a ruota dai gorgheggi schooldisco che fanno paragonare King F e Bye bye agli Hepburns e a Baxendale: sia i pezzi che l’ascoltatore non stanno fermi un momento, e approvano la direzione imposta dalla pronuncia credibile del frontman Giorgio Mannucci. Eleganza formale, asperità liquidate in scioltezza, alternanza di voce maschile e femminile, di inglese e francese -Don’t take my car che diventa Je ne veux plus ta voiture- più una serie praticamente ininterrotta di potenziali singoli radio-friendly come da tempo non si sentiva in suolo italico per restare sul terreno di produzioni congeneri: chiamalo se vuoi talento, o attitudine, e se non c’è in partenza non si può comprare al mercato. Assieme agli She Loves e agli Scarlets, The Walrus rappresentano la rinascita della via italiana al britpop stiloso in mano ad esponenti che durante le precedenti ondate erano in culla (periodo Stone Roses) o alle elementari nel ‘95: una generazione che si lascia di lato i fenomeni da baraccone frangettati da NME per abbracciare la Creation, i Teenage Fanclub e i Lemonheads come insegnano i loro fratelli maggiori Zabrisky e il francese My Raining Stars, i quali giustamente accolgono nei loro suoni UK anche modalità non ostili al sunshine californiano dei tempi che furono. Bella vita, qualcosa più che un investimento sul futuro.
The Walrus – “Bye bye“








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