Bancale, blues del lavoro
Febbraio 20, 2009
Scendono con le gerle e le abbandonano per il turno in fonderia. Parlano piano ma si capisce tutto, nonostante l’accento, nonostante la erre. Battono lamiere ma non sono gli Stomp, l’aggettivo industriale va inteso in senso proprio. In un paese irreale che cancella gli Afterhours e Tricarico e il jazz di Di Battista, i Bancale nemmeno ci provano ad essere per tutti: gli va bene essere per coloro cui arrivano.
Luca Barachetti, Fabrizio Colombi e Alessandro Adelio Rossi, quest’ultimo impegnato anche ne Ivonnegut. Da Bergamo, un tempo Albero degli Zoccoli ora riconvertito ai suv e alla coca nè più nè meno che altre plaghe dell’ex-Italia, in un ep cinque brani da farsi bastare fino all’arrivo dei prossimi. Si parla di lavoro, di professione operaia per quanto in proprio, di cantieri e saldatori che emergono prepotenti da tracce quali Corteccia, titoli ruvidi e gestione del suono non da meno, onomatopea di trivelle che generano un ritmo percepibile solo in prossimità dei diffusori, con lo speaker riparato ma in posizione non al di fuori dai pericoli di una legge 626 applicata male. Coproduci gioca sull’etimo, copro=merda a significare che quanto si fa ogni giorno, nei gesti meccanici che iniziano col “caffelatte freddo e fermo delle sette e mezza”, va tutto a finire nel cesso. Fino a che si dice basta; Crepa salta interamente la ferrettiana consumazione per donare un Aidan Moffat nel suo primo giorno da cassintegrato, una capatina al Full Monty Club delle ferriere per sostenere un provino autobiografico alla corte di Ken Loach. “Orgasmi di terra contro figli di cemento”, naturale accostare gli addominali Bancale ai Bachi da Pietra fin nella scelta dei vocaboli. Chiudono l’opera Crinale, scheggia Waits rugginosa e inquieta, e Dolore che certifica come il clima di attenzione post-Thyssen non è svanito dopo le elegie precarie di “Canzoni da spiaggia deturpata”: in questo caso preistoria della fabbrica e deforestazione da eternit combaciano, stimolate anche da ascolti che guardano oltreoceano (Carla Bozulich, certo noise). Sono immagini diventate seppia senza alcun trattamento di fotoshop, natura ultimativa che riemerge là dove la vuoi abbattuta, pelle scorticata che ti espone il proprio grugno malato. Oh se ce n’è bisogno.
Bancale – “Crinale“








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