Meganoidi, robot alfine domato
Marzo 21, 2009
In pochi finora se ne sono accorti del tutto, ma a Genova c’è una band che ha rivoltato la propria pelle come un calzino e ora può dirsi finalmente padrona della propria identità. Ripetere la tiritera della fuga dal successo per inseguire se stessi è ora sterile: ove Zeta reticoli fu la prima avvisaglia di un certo peso, e l’album “Granvanoeli” una incompiuta che aveva già imboccato la via maestra, “Al posto del fuoco” in uscita il 10 aprile per Green Fog dice chi e cosa sono effettivamente i Meganoidi.
Eppure a sentire la voce carismatica di Davide di Muzio nell’iniziale e singolabile Altrove, il “percorso fatto al contrario” non è ancora concluso: l’importante è che “la fine” sia “quella che volevo anche se non mi conviene”, impossibile non avvertire l’autobiografia. “Al posto del fuoco” è un continuo posizionarsi, rivendicare, attestare con mano un proprio status, quasi increduli come quando un guado pericoloso è alle spalle e ci si scopre non solo vivi ma pieni di cose da dire. Le undici tracce che costituiscono il disco balzano all’orecchio per l’impeccabile missaggio di Mattia Cominotto e la forte omogeneità sonora in luogo delle troppe direzioni che caratterizzarono il percorso immediatamente precedente: fondate sul ritmo e su testi volitivi, autoreferenti ma non autoreferenziali, esse declinano in grintosa chiave “rock italiano” analisi ed epica, bilanci e visioni, intersecando la vicenda personale del gruppo (”chi viene celebrato mentre ancora chiede aiuto”) a quelle sociopolitiche della nazione, “quello che un tempo adoravamo ora è ciò che ci conviene”. Se anche l’argentata Dune insiste sul “percorrere una strada partendo dalla fine”, lo spiraglio è lasciato a chi rimanda “a giugno l’amore per l’inverno” poiché “l’amante mia è la fretta”… Tra le soluzioni anche due possibilità quasi pop -Scusami Las Vegas che racchiude un centrato ritornello in inglese e Mia, ipotetica bside dei Cure di qualche lustro fa- accanto ad asperità hard/noir di matrice Tool, le reminiscenze progressive di Aneta e gli stacchi nervosi che incarnano Dighe. Capitolo a sé in quanto ad appeal fa Solo alla fine, quale corridoio attraversato da corsie laterali rese solenni dalla tromba di Luca Guercio. Un disco “pesante” nell’accezione migliore del termine, destinato a coloro che con la musica dei Meganoidi ha percorso tratti di vita ma ancor più, e a maggior ragione, a chi scopre ora una band agli antipodi di come se l’era immaginata. Sapendo che ha una strada davanti.
Meganoidi – “Solo alla fine“
(courtesy Luca @ Green Fog Records)








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