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TAGLI/ Nuxx su Le Luci d.Centrale Elettrica

Conobbi “Nuxx” quando nel mio blog precedente commentava tagliuzzando post e commenti assieme a notizie di cronaca, politica e sportiva, creando un esilarante straniamento del “potrebbe essere”. Ultimamente si fa vedere sulle pagine di Inkiostro, e la sua passione musicale lo porta ora a interferire con Italian Embassy, che pubblicherà i suoi “Tagli” quando avrà la volontà di scriverli e mandarli. Queste le “sue” parole per uno degli album del periodo.


Le Luci della Centrale Elettrica – “Per ora noi la chiameremo felicità” (La Tempesta Dischi, 2010)

Questo pezzo non parla di niente e inizia con la fine di una storia. Anzi tre. Tre relazioni con tre ragazze diverse finite contemporaneamente e se non esistesse il blog omonimo si sarebbe chiamato Bastonate, ma ovviamente se non ci fosse stato il blog non mi sarebbe mai venuto in mente e tutti saremmo più piccoli e disposti ad appassionarci anche per la più minuscola delle cose, ivi compreso James Murphy mentre suona i dischi insieme a E. Polaroid, il “Justin Broadrick rallentato” dell’indie italiano, al First Avenue di Minneapolis, MA se non cito Bastonate almeno una volta ogni due settimane mi esplode il cervello. Sono io il primo a sorprendermi, quando succede. Ma succede. E non posso farci nulla.

“Per ora noi la chiameremo felicità” è un disco freak-oriented a partire dal titolo e dalle citazioni, visto che si comincia a suon di frasi estrapolate alla cazzo di cane dal libro di Alessandro Baronciani. Per ciò che concerne la musica, Vasco molto spesso trascina i loop fino a trapanare il cervello e aggiunge delay e cantilene faunrock deliranti, animato da un vero e proprio gusto per l’ossessione. Candore di sogni rarefatti e primi piani di incubi spietati. Roba limitrofa alla minimal-techno più ossianica o al synth-pop più esoterico, dilatato e dreaming che si configura a volte come un glitch-pop dalle forti tinte dark, altre come una sorta di versione horror di Bologna Violenta.
Il disco in sé non è privo di una certa musicalità visto che, un po’ per l’uso del vocoder, un po’ per il suo modo di cantare, Brondi ottiene sempre quell’effetto che evoca uno smirk-hop venuto dall’inferno; a tratti parlerei quasi dei Camillas in versione più lo-fi e ancora più ossessiva, privati di quella ritmica ratchet che da sempre li contraddistingue. C’è una visionarietà filmica alla Trucebaldazzi, che slabbra il potenziale horrorifico del glo-fi notturno in “a night of hypnagogic dementia”, come recita la press. A ergersi sopra ogni cosa i perturbanti strali dell’incontenibile Vasco, costantemente fuori tempo, testi portatori e generatori di disagio vero. E, soprattutto, universali: “Io c’ho troppo odio/ Io c’ho troppo odio/ Contro le pozzanghere“.

“Perché tanto odio?”, avrebbe scritto Barnaba Ponchielli su Coextinction (una frase idiomatica che da qualche parte, un tempo, lessi avere qualcosa a che fare col blues degli UNSANE), e il perché è ben difficile da isolare e comprendere senza ricorrere alla psicologia spicciola dei primi goffi approcci sessuali di Kekko con la “ex-quella-che-ti-lascio-ma-scusa-non-è-colpa-tua-sono-io-che-ho-dei-problemi-con-la-chitarra-di-Giorgio-Canali-dai-tempi-dei-CCCP”, a base di nichilismo decadente di sinistra, sconfitto e incazzato, autoironico e tabagista all’ultimo stadio e quel tocco tutto scandinavo che raffredda la malinconia.

Cara catastrofe, il primo singolo, non è la canzone migliore ma rimane un serio candidato alla carica di “il” pezzo screwgaze del novembre 2010 (par di sentire certe struggenti ballatone cthulhop che uscivano su Acéphale nel lontano giugno 2009: non che questo sia un parametro per definire un pezzo screwgaze bello, no, ma ci siamo capiti). La produzione musicale di Vasco Brondi, meglio conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica, è stata così frammentaria (tra vinili, cassette, edizioni limitate, album veri e propri…), abbondante e veloce che immagino molti come me si saranno persi diversi passaggi. Arrivare quindi al nuovo lavoro “Per ora noi la chiameremo felicità” avendo in mente solo gli ascolti di un annetto abbondante fa, insieme a una generica etichetta di “oscuro gurgle-fi”, può risultare oggi un po’ spiazzante. Vasco con questo disco sembra seppellire Le Luci della Centrale Elettrica. Cambiare strada. Fare le sue cose, continuare ad autoprodursi dischi e libri, e andare avanti così. Probabilmente continuando a bere e drogarsi come il Benty dei giorni migliori.

Sempre più ossessionato dalla tecnologia e da come la Rete incide sulla nostra personalità, Douglas Coupland elenca sul Globe and Mail i 45 punti di cui preoccuparsi per il prossimo disco di Le Luci della Centrale Elettrica. Ovviamente lascia il tempo che trova. Fatto sta che è da un po’ di tempo che avevo voglia di scrivere anche io una roba del genere. Io che non sono nessuno. Io che non mi ritengo nessuno. Scrivo di musica da un buon mesetto su Italian Embassy, leggo di musica da parecchio di più, nella mia vita ho avuto un sacco di maestri, MA non ho la supponenza per insegnare niente a nessuno. Quindi prendetela per quella che è: una lista stupida di cose ragionate, fatta più per ridere che per altro. Prendetela come una lista scritta da Everett True a Sufjan Stevens. Per ora la chiameremo PIPPONE. Una lista simile può cambiarti la vita. Non solo: può sconvolgerla. Far saltare il banco, cambiare prepontentemente la percezione delle cose, quella della gente, delle azioni. Tracciare una linea, spessa, visibile anche da lontano, tra il prima e il dopo.
Signore e signori… il capolavoro:

1) Il nuovo Le Luci della Centrale Elettrica potrebbe davvero assurgere al ruolo di paradigma di quel genere-non genere tipico di questi anni, col suo essere al centro di tutto. In parole povere mi viene da dire che il disco di Le Luci della Centrale Elettrica sia un disco di qui e ora. E, oh, a me fa ridere un sacco.

2) Se i Crunt non hanno mai fatto un secondo album un motivo c’è. Se gli Offlaga Disco Pax hanno fatto un secondo album un motivo non c’è.

3) Questo non significa che Vasco Brondi sia un narratore. Le sue non sono storie nel senso vero e proprio del termine. Somigliano di più a frammenti origliati per caso, angoli di esistenze, precipitati di altre vite. Un disco come questo è più della somma delle sue parti.

4) I dischi non andrebbero mai giudicati al primo ascolto, ma io sono fatto così. Sapete già a cosa mi riferisco, mi ritrovo tuttora a recensire e parlare di centinaia di dischi a settimana. E poi i dischi registrati in presa diretta vanno giudicati al primo ascolto.

5) Brondi ha bisogno di maturare e di scremare le sue enumerazioni caotiche.

6) Avere a che fare con VB non significa semplicemente ascoltare un disco: significa stare di fronte a una poetica molto riconoscibile e personale, densa di influenze e suggestioni che non starò a elencare. La poetica personale densa di treni per Reggio Calabria e gatti neri anarcoinsurrezionalisti.

7) La copertina è dimenticabile.

8 ) Meglio l’altra.

8 ) Bello il titolo.

9) Però è una citazione di Leo Ferré.

10) Non mi identifico in Vasco Brondi. Lo ripeto: non mi identifico in Vasco Brondi, come non mi identifico in Salinger né in Sheldon né in Shiva né in Germano Mosconi.

11) Il nuovo Le Luci della Centrale Elettrica è un tentativo di raccontare qualcosa di questo decennio controverso, attraverso occhi giovani e una mente pensante.

12) A volte è l’emozione a prendere il sopravvento, come quando la voce è coperta dal rombo degli aerei che atterrano come vere e proprie astronavi. L’Enterprise appunto.

13) Su, su, stellina, è solo adolescenza, poi passa.

14) Per ragioni che non spiego, potrebbe essere una storia che continua e che riparte esattamente da dove si era fermata. Forse per questo, più di ogni altro disco, è il fermo immagine di un momento collettivo. Un classico è qualcosa capace di portarti lontano dalla realtà che stai vivendo. Ti disegna un mondo intorno. Appartiene alla sua epoca, ma potrebbe arrivare da un qualsiasi angolo del tempo. Non scade. Non può invecchiare. Resiste. È.

15) Vasco è un personaggio che fa del suo approccio viscerale e un po’ maudit (con capricci da rockstar, in qualche caso) una cifra stilistica.

16) Non sa cantare, è pesante, urla a casaccio.

17) Resterà, sta già restando, e per questo merita un po’ di fiducia.

18) I suoi testi, decantati con voce distorta ed accompagnati solamente da una chitarra acustica, trasudano Riforma Biagi ed assolutismo mediatico di Mediaset.

19) Sento che funziona. Gli credo.

20) Quando fai una recensione del prossimo disco di Le Luci della Centrale Elettrica, ricorda di scriverla in perfetto vascobrondese col metodo del cut-up.
Che palle ‘sto cut-up!

Tutto qui:

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